Oggi, trent’anni fa, cadeva il Muro di Berlino. Soprattutto chi, come me, era giovane, ha vissuto quell’evento come l’alba di un nuovo mondo, di un mondo migliore. Da destra a sinistra. Da Est ad Ovest. Per motivi diversi, forse, ma accomunati dalla speranza che quell’evento simbolico fosse la fine dei guasti del Novecento.

Non avevamo fatto i conti con la “bestia”, che con la caduta del Muro si impossessava degli Stati, dei costumi, del lavoro, dei nostri risparmi, dei valori in cui ognuno di noi aveva creduto.

La bestia era il danaro, il turbocapitalismo, la globalizzazione.

Quel muro doveva cadere. Ma qualche “paletto” doveva restare. Perchè la Storia chiede il conto. E se si tira troppo la corda, “senza limiti e confini”, altri muri, prima o poi, rinascono. Come è avvenuto.

Ma non con le tragedie del nazicomunismo, che credevamo di aver debellato, ma con le tragedie degli esclusi e degli ultimi del turbocapitalismo, come stiamo vivendo nella vicenda delle acciaierie di Taranto.

Con la differenza che aveva ragione Marx: la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ed oggi la farsa è che le vite degli ultimi contano meno dei like su Facebook…