Due episodi, in pochi giorni, scuotono il Sannio e, con esso, la coscienza di un intero Paese. Un uomo che stermina la propria famiglia: moglie e figlio uccisi, una figlia sedicenne in fin di vita. E a Montesarchio, la notte del 5 ottobre, un ragazzo della Valle Vitulanese aggredito con una mazza da baseball da quattro coetanei, oggi agli arresti.
Fatti che fanno tremare il sangue, che scavano ferite profonde nelle comunità, ma che — ed è questo il punto più inquietante — sembrano non sorprenderci più. Siamo abituati alla ferocia. A quella che entra nelle case e a quella che cresce nelle strade. Alla rabbia che matura nel silenzio, fino a esplodere in gesti irreparabili.
L’abitudine alla violenza è il grande male del nostro tempo. È un veleno lento, un’anestesia morale che nasce da un sistema sociale che non solo tollera il conflitto, ma spesso lo giustifica. Viviamo immersi in una logica di sopraffazione continua, dove anche la morte diventa un effetto collaterale, un prezzo da pagare per mantenere un ordine che di umano ha ben poco.
In un mondo dove trentamila bambini vengono uccisi dai bombardamenti, dove a Gaza e in decine di altri luoghi del pianeta si muore cercando un pezzo di pane, la violenza è diventata linguaggio. È il mezzo con cui si comunica, si impone, si reagisce. Eppure — come ricordava Aristotele — l’essere umano è animale politico, animale sociale: nasce per costruire attraverso la parola, non per distruggere attraverso la forza.
Ma oggi la società sembra inadatta al concetto stesso di pace. La diplomazia è un esercizio retorico, la conversazione un lusso, la comprensione un segno di debolezza. Si preferisce l’urlo al dialogo, la punizione alla cura, l’attacco alla mediazione. Persino chi governa le sorti del mondo — basti pensare alla leggerezza con cui si ordinano attacchi missilistici “per ristabilire la pace”, come è accaduto appena un mese fa in Iran — insegna che la violenza è una scorciatoia legittima.
Eppure la civiltà è nata per un motivo opposto: per difendersi dalla violenza, per ridurla, per tradurla in linguaggio. Siamo noi, allora, a dover invertire la rotta. Nei gesti piccoli, nei gesti quotidiani: in una manifestazione, in un atto di solidarietà, in ogni accenno di speranza che si oppone al caos.
Perché — come ricordava una grande etologa — la speranza si costruisce giorno per giorno. E oggi, mentre nel Sannio una ragazzina sedicenne giace in coma farmacologico e un diciassettenne lotta tra la vita e la morte, la speranza non può più restare un concetto astratto. Non possiamo accettare che la violenza entri nel nostro quotidiano con questa semplicità. Viviamo in un mondo in cui abbiamo il potere del globo racchiuso in una mano, nel nostro cellulare — eppure sembriamo incapaci di toccare davvero l’altro.
Michele Piramide










