Strano. Sfoglio i manuali scolastici di letteratura italiana e su Alda Merini, una delle voci più alte del panorama poetico non solo italiano, ma mondiale, trovo ben poco. Della poetessa folle, famosa per la sua poesia, epifanica, visionaria, onirica, raffinata, ma anche per la sua vita sregolata, tormentata, le sue bizzarrie, le scioccanti dichiarazioni, le memorabili apparizioni televisive, non ci sono che labili tracce nei libri di testo destinati ai ragazzi; rapidi accenni in quadri letterari o in altri autori accreditati dalla comunità scientifica, tutt’al più qualche furtiva pagina non esaustiva del complesso e affascinante mondo della talentuosa scrittrice.

PROBLEMATICITA’ BIOGRAFICA

Mi chiedo il motivo di questa grave “dimenticanza”, cerco risposte, ne trovo di ampie e articolate, ma resto delusa e dubbiosa. Certo, la Merini non riuscì a completare gli studi liceali, strano a credersi, per un’insufficienza in italiano, conseguendo il diploma di avviamento professionale. Ma completò la propria formazione letteraria con la frequentazione di un gruppo di intellettuali, illuminati e lungimiranti, che notarono il suo prodigioso talento e lo incoraggiarono. Il critico Giacinto Spagnoletti, suo scopritore, il narratore Giorgio Manganelli, i religiosi Davide Turoldo e Camillo De Piaz, la semiologa Maria Corti, i poeti Luciano Erba, Salvatore Quasimodo, suo maestro nell’arte dello scrivere versi, Giovanni Raboni e Pier Paolo Pasolini sono alcune delle conoscenze che le valsero l’ingresso nel mondo dell’alta cultura. Scriveva di getto la Merini, attività che le fu consigliata dagli psichiatri come medicina doloris, durante il lungo calvario dell’internamento; di qui una straripante produzione, peraltro non sottoposta, se non in rari casi, a revisione critica e sorveglianza linguistica da parte dell’autrice. Una bibliografia incontrollabile, lamentata da critici e curatori, di manoscritti, fogli dattiloscritti, libretti, opuscoli, fascicoli, carteggi, memorie, diari, aforismi, testi scritti su poster o addirittura su fazzoletti di carta, testi inediti o irreperibili, liriche “estorte” da editori senza scrupoli in cambio di un esiguo compenso. Per non tacere, poi, di una grande e confusa quantità di redazioni differenti dei vari componimenti (ad esempio, della poesia “La Terra Santa” esistono almeno quattro versioni) e di un numero indefinito di poesie “disperse”, che la Merini, dall’animo sensibile e generoso, elargiva agli amici, convinta che la poesia è un alimento prezioso da regalare senza risparmio, come una madre dona amore ai suoi figli, senza pretendere nulla in cambio: “Il vero poeta è come una madre./La sua più bella offerta è l’amore e più figli hai/più vorresti averne”. Da ricordare, infine, la mole di poesia orale – testi improvvisati, ovunque e a richiesta, di solito dettati al telefono – risalente al periodo di grande successo mediatico, di interviste e di apparizioni televisive dell’autrice che, divenuta una sorta di star, cominciò a proporsi al pubblico nel ruolo di antica Sibilla, a lei congeniale per una spiccata, istintiva capacità oracolare. Di questa sterminata produzione, solo una parte è stata oggetto di un paziente e attento lavoro di selezione ad opera di Maria Corti, amica e mecenate della scrittrice; riguardo al resto, i critici raccomandano prudenza e distinguono i testi di alto valore artistico da quelli in cui prevalgono la dimensione comunicativa e la funzione terapeutica. Appare dunque chiara la sproporzione tra lo scarso interesse da parte della critica per la prolifica poetessa e il successo delle sue opere, apprezzate trasversalmente da numerosissimi lettori.

TRA TALENTO E FOLLIA

Non strano, ma ovvio che parlando della Merini si ceda alla tentazione di un discorso sbilanciato sulla sua malattia mentale, avvalorando alcuni luoghi comuni, come “genio e sregolatezza”, che scienza e filosofia in qualche modo confermano: la follia è strada privilegiata per l’arte, moto distruttivo e fuori dalle regole che squarcia il velo di Maya e spalanca le porte alla vera realtà. Per dirla con Nietzsche “bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Insomma, se non sei un po’ matto, non puoi aspirare a creare qualcosa di speciale, unico, dirompente.

Ma ricondurre la profondità artistica esclusivamente alla malattia mentale potrebbe essere una forzatura; è la stessa Merini a lamentare la limitatezza di una visione basata sul legame inscindibile poesia – follia. Non è così se consideriamo che ai suoi esordi, a soli sedici anni, prima dello sconvolgente incontro con “madama follia”, il suo grande talento suscita l’attenzione di critici e letterati da far parlare della Merini come di un fenomeno di fronte al quale ci si dichiara “disarmati”. Del resto lo psicologo che ebbe in cura l’inquieta scrittrice, Stefano Fiorelli, sconcertato di fronte alla sua vertiginosa poesia, si domandava come fosse possibile che una persona con disturbi mentali potesse comporre testi in qualche modo razionali nella loro irrazionalità. Scriveva forse la Merini per “intervalla insaniae”? Riporto uno stralcio della prefazione di Fiorelli alla raccolta “Destinati a morire”, lavoro che segna il rifiorire artistico dell’autrice dopo un lungo periodo di silenzio poetico: “…Questa donna appare spaccata in due, da una parte la sua vita quasi completamente anonima, chiusa in un guscio di tragica sofferenza, dall’altra l’esplosione della sua lirica, davvero bella, davvero infinita”. La malattia mentale non è, a prescindere, condizione per creare una poesia sublime, ma è sicuramente una “corsia preferenziale”, celere e diretta, per entrare in contatto con la realtà più profonda e autentica. È un potenziatore di sensibilità, una sorta di radar che permette di captare e decifrare l’invisibile al di là della superficie delle cose.

LA MALATTIA E L’INTERNAMENTO

Che la Merini sia cosciente della patologia da cui è affetta è confermato dai suoi scritti nei quali chiari sono i riferimenti alla sua compromessa salute mentale, come nei versi “…balzai prepotente/dalle trame del buio/per allacciarmi ad ogni confusione”. Tracce di questa lucidità sono presenti anche in un denso autoritratto in cui l’autrice rappresenta la propria follia: “Sono nata il ventuno a primavera/ma non sapevo che nascere folle,/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta… “. La nascita in primavera, a marzo, mese volubile e capriccioso, l’”aprire le zolle”, immagine che rinvia al momento dell’aratura e allude per traslato agli effetti devastanti provocati dai disturbi psichici, lo “scatenar tempesta”, metafora delle forze inconsce che agitano l’animo e privano della pace e dell’equilibrio interiori, sono simboli della condizione di diversità, della sorte di un’esistenza stravolta di cui la Merini ha piena consapevolezza. Una personalità labirintica, fascinosamente tortuosa, un’identità sdoppiata, sospesa tra terra e cielo, oscillante tra libido e spiritualità, impulsività e ipocrisia. L’autrice con estrema lucidità non nasconde le sue contraddizioni e offre la sua scomoda nudità a coloro che giudicano la sua complessa condizione psicologica secondo facili e rigide semplificazioni, incapaci di penetrare l’animo umano: “In me l’anima c’era della meretrice/della santa della sanguinaria dell’ipocrita./Molti diedero al mio modo di vivere un nome/e fui soltanto una isterica”. La malattia è da lei abbracciata e vissuta intensamente con tutte le sue conseguenze, negative – i ripetuti ricoveri negli ospedali psichiatrici – e positive, come l’energia e la libertà che si sprigionano dalla follia, dando linfa ad una poesia intensa e feconda. Sensibile e inquieta, fragile e audace, ironica e contraddittoria, dalla incomprimibile vitalità, attraversa con coraggio il suo male e vive il dolore con l’ardimento della martire. Un dolore ripercorso nella scrittura e riscattato anche in nome degli altri malati, umanità derelitta, “erbaccia obbrobriosa” divelta dal mondo. La lunga esperienza dell’internamento, insieme devastante e catartica, tra inferno efferato e resurrezione, diviene uno dei motivi conduttori delle sue poesie e racconto struggente dell’opera in prosa “L’altra verità – diario di una diversa”. Un diario in cui l’autrice riattraversa la sua vita in manicomio, “palude secca e selvaggia”, ma anche, malgrado tutto, “formidabile punto di osservazione”; un luogo di dannazione dove le sbarre al letto, le fascette di contenzione, le camicie di forza, gli elettroshock, i maltrattamenti, le mortificanti denudazioni, le infermiere spietate, i medici “agguerriti” fino al sadismo, pur schiaffeggiandola nell’anima, non sono riusciti a strapparle il suo ostinato amore per la vita. L’esperienza dolorosa è trasfigurata in chiave biblica: il manicomio è come la Terra Santa – da cui il titolo del capolavoro meriniano – il paradiso promesso, dove il martirio è talmente alto da rasentare l’estasi. Il dramma dell’internamento è vissuto dalla visionaria scrittrice come la vicenda di Gesù disceso sulla terra e risorto: “Ho conosciuto Gerico/ho avuto anch’io la mia Palestina…”. Ma dopo la segregazione, l’isolamento ingiusto e selvaggio tra i rifiuti sociali, il ritorno nel “mondo dei vivi” è deludente: la vita di fuori, ostile, anonima, priva di solidarietà e amore, le sembra un inferno. Annichilita nel dolore, finisce col rimpiangere lo “spazio malato” dell’ospedale, là dove ha incontrato Cristo e ha sperimentato la comunione con gli altri ricoverati, fratelli nella sofferenza. Là dove ha trovato il sostegno della psicanalisi, “con le sue dolcezze, i suoi segreti infantili”, e ha scoperto la bellezza della parola, le sue qualità divine, il suo potere salvifico. Di qui una poesia intensa, vera, traboccante di umanità, la poesia dei ginocchi piagati: “Le più belle poesie/si scrivono sopra le pietre/coi ginocchi piagati/e le menti aguzzate dal mistero”.

L’AMORE

Assetata e mai sazia d’amore la Merini canta con vigore un sentimento che si declina in innumerevoli forme, come forza invincibile, realtà naturale e gioiosa, passione, pienezza vitale, ma anche mistero, mancanza, rimpianto, continua ricerca, follia, invasamento: “Sciarade infinite,/infiniti enigmi,/una così devastante arsura,/un tremito da far paura/che mi abita il cuore…”. Un sentimento caratterizzato sempre in chiave erotica, così totalizzante da richiedere di rinunciare a se stessi, di abbandonarsi completamente all’altra persona, pronti a rischiare di rimanere feriti. Anche l’amore per Dio non perde mai la sua cifra di fisicità – “dagli inguini può germogliare Dio” – e si traduce in un personale impasto di erotismo e ansia religiosa, paganesimo e cristianesimo, tensioni contraddittorie in perenne conflitto da cui nascono immagini di intensa sensualità che evocano la sostanza amorosa di Gesù: “In ogni parte,/malgrado tu fossi interamente ignudo…/io ti ho visto salire le colline della mia origine/e non so/da vera innamorata qual sono/come tu faccia a conoscermi/e chi ti abbia messo dentro di me”.

MERINI TRASGRESSIVA

La Merini ci spiazza, sempre. Con la sua sensibilità, la sua capacità di abbandonarsi alle sensazioni e addentrarsi nel profondo, ci offre una visione non convenzionale della realtà; con la sua geniale creatività, la sua potente immaginazione, la sua straripante sensibilità ci sollecita ad aprirci a nuove prospettive, inedite, dilatate, versatili. Di qui una riflessione:  annebbiate sono le menti di chi si orienta nella realtà con le bussole delle certezze granitiche, dei luoghi comuni e delle comode interpretazioni,  illuminate sono, invece, le menti plastiche e snodate di coloro che si inoltrano nel reale sprovvisti di punti cardinali. Del resto non faccio che ripetere qualcosa di già noto e comprovato dall’esperienza: la verità è nei bambini e nei pazzi.

Trasgressiva, dissacrante, controcorrente, la Merini lo è sempre stata, anche come paladina nelle battaglie per l’emancipazione femminile. Lungi dall’essere femminista – “il femminismo è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine” – ribaltando gli stereotipi, afferma con forza l’unicità della donna, il suo ruolo insostituibile nel creato, per la sua natura miracolosa nel donare la vita, atto divino in quanto atto creativo. Decisamente antiabortista, dichiara che il vero, irrinunciabile diritto di una donna è quello alla maternità, perché “ogni embrione di vita è naturalmente Dio”. Il figlio è una benedizione e rappresenta la “chiave della verità” di quella intesa meravigliosa che è l’amore tra l’uomo e la donna.

POESIA DI AFFLATO DIVINO

Ma, al di là della personalità complessa e contraddittoria, dei comportamenti stravaganti e provocatori, delle intemperanze, del carattere imprevedibile, la Merini ci spiazza per la sua poesia, intensa, sublime, incandescente. Una poesia di afflato divino, che si inoltra nel segreto dell’universo e nella vita profonda, alla ricerca dell’assoluto, delle verità ultime, rivelatrice degli arcana dell’anima e del mondo. Una poesia potente, vivida, bagliore che prende corpo nella parola precisa, assoluta, pregnante, illuminante, dotata di forza magica e capacità demiurgica, captata nella coscienza, estratta nella profondità della lingua come “preformazione ideale”.

 Penso sia inutile cercare di capire l’origine, la natura di una poesia così vibrante da sembrare essere stata scritta sotto “dettatura divina”: troppo scontato e riduttivo il nesso doti artistiche – follia, diversità. Forse, piuttosto che tentare di capire se la prodigiosa capacità di poetare della feconda scrittrice è figlia del talento o della follia, dobbiamo smetterla di porci domande, alla disperata ricerca di plausibili risposte. Se anche l’annosa questione fosse risolta, non cambierebbe un dato incontrovertibile: la poesia di Alda Merini è di struggente bellezza. Dobbiamo piuttosto far nostro il monito dantesco “State contenti, umana gente, al quia” e assecondare la stessa Merini quando raccomanda: “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita”. E persuaderci che per scrivere un libro ”Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi”. E’ un’ipotesi forse poco convincente, ma molto affascinante. E suggestivo è immaginare la Musa dei Navigli, con la sua straripante sensibilità, ancora intenta a “intingere il calamaio nel cielo”. Immergerci nella sua poesia e goderne appieno, senza chiederci come e perché: è così che potremo essere riconoscenti a una donna che, “inghirlandata di follia”, dal canto poetico ha tratto forza e linfa vitale, per sé e per gli altri. Per sé, continuando a lottare e ad amare la vita, nonostante il calvario di un dolore atroce, ma mai rancoroso; per gli altri, per l’eredità che ha lasciato: una poesia intrisa d’amore, di ostinata vitalità e di profonda umanità.

Nunzia Campanelli