Una paura che si legge negli occhi smarriti degli anziani. Occhi che raccontano il timore per una vita che si spegne, che in altri momenti sarebbe naturale, ma che oggi “in questi giorni di tanta sofferenza” – ha detto il Papa a Santa Marta – ha un non so che di ingiusto e tragico. E’ impossibile stringere la mano di chi si è amato tutta la vita, regalare una parola da conservare nel cuore. Nulla di tutto questo si può vivere.

Nella fase dell’allungamento della vita delle persone credo che le sfide principali siano due: dare senso all’invecchiamento attivo e tutelare la non autosufficienza.  Previdenza, casa, fisco, lavoro e salute e tempo libero sono tutti aspetti su cui bisogna lavorare con forza nei prossimi anni, sono tutti campi in cui bisogna aumentare le tutele e le opportunità per anziani e pensionati. Lo Stato deve occuparsi di più di chi è anziano e che per anni ha rappresentato la spina dorsale del Paese. Anche il terzo settore organizzato deve fare la propria parte: non si può disperdere la straordinaria energia della terza età, che, tra l’altro, rappresenta la maggiore forza del volontariato italiano. Nell’Italia “che ricuce e dà fiducia” ben richiamata dal capo dello Stato Sergio Mattarella c’è, fortunatamente, un forte rimando ad un impegno collettivo che non può che coinvolgere in maniera forte anche le persone anziane.

Nonostante il Coronavirus le politiche sociali sono indispensabili alla tenuta della necessaria coesione sociale del Paese: senza tutela delle fasce deboli l’Italia non potrà garantirsi i presupposti dello sviluppo possibile. Bisogna, poi, continuare a garantire i livelli essenziali di assistenza alle tantissime persone non autosufficienti che subiscono una drammatica emarginazione. L’anziano è davvero una grande risorsa sociale in una fase in cui le giovani generazioni si vedono chiuse le porte del mercato del lavoro, ma la loro difesa è ancora più necessaria quando la risorsa si esaurisce e la società emargina le persone anziane.

Questo lavoro non può svolgersi solo a livello centrale ma deve percorrere i territori comunità per comunità. A livello locale bisogna garantire l’impegno del terzo settore nelle difficili vertenze per la salute rese drammatiche dai tagli alle strutture sanitarie ed ospedaliere mentre nel Paese non decollano i servizi territoriali di prevenzione e cura. La nuova stagione di crisi finanziaria degli enti locali mette in dubbio le conquiste sul piano dei trasporti mentre la qualità della vita delle persone anziane e delle fasce deboli della società non trova la giusta considerazione nell’elenco delle priorità dei piani sociali di zona, visto che i Comuni, con poche risorse, sono costretti a dolorose selezioni.

Uno dei grandi successi italiani è l’allungamento della vita. Diciamolo con forza a dispetto di tutti i burocrati che si lamentano dei costi del sistema pensionistico!

L’allungamento della vita non è, come taluni dicono un “ costo “ da pagare ma un grande fattore di sviluppo. La cultura dominante economicista sottolinea il peso dell’invecchiamento demografico sui conti pubblici ed economisti qualificati  stigmatizzano il fatto che abbiamo l’ardire di non morire abbastanza presto dopo la pensione. Non si riesce a capire appieno come gli investimenti in sanità, servizi, assistenza, possono costituire un’opportunità di miglioramento per tutti. Il sistema di welfare deve essere letto non come una zavorra ma come importante pro-motore di crescita e di sviluppo per il Paese. Come si fa a non comprenderlo? Investire nel welfare permette da un lato di dare delle risposte concrete alle persone che ne hanno bisogno e, dall’altro, consente di promuovere occupazione.

Oggi la condizione dell’essere anziano non viene percepita come una risorsa perché quello che incombe, nelle politiche in generale, è la questione sanitaria. Ma il tema degli anziani non può essere ridotto al problema sanitario, o meglio può diventare un problema sanitario ma nella fase ultima della non autosufficienza. Quindi non pensiamo di chiudere in casa gli anziani fino a Natale.

Molti anziani e pensionati possono però  smettere di sentirsi utenti e riconoscere a se stessi il ruolo di soggetti in grado di offrire il proprio contributo alla comunità. Vivendo in prima persona i problemi legati alla loro condizioni, possono senza dubbio leggere i bisogni comuni offrendo risposte personali e collettive. In questo modo potranno rafforzare organizzazioni di qualità e radicate capillarmente sul territorio, valorizzando la forza della mutualità e l’enorme potenziale del lavoro volontario. Io sono convinto che gli anziani possano essere protagonisti di una nuova stagione di autogestione aperta e democratica e dare ancora un buon esempio alle nuove generazioni.

Pasquale Orlando