C’è un’antica intuizione attribuita a Michelangelo: la scultura non nasce dalle mani dell’artista, ma è già prigioniera della pietra, e il compito dello scultore è soltanto liberarla. È un’idea che ribalta il concetto stesso di creazione: l’arte non inventa il reale, lo riconosce. Lo stesso accade nella pittura, dove ogni colore tenta di restituire una verità già presente, nascosta sotto la superficie delle cose. L’artista, allora, non impone una forma al mondo, ma ascolta la materia fino a lasciarle dire ciò che custodisce.

Nel laboratorio di Salvatore Fiore, a Castelpagano, questa impressione si fa concreta. Tra blocchi di pietra appena sbozzati, tele ancora umide e attrezzi consumati dall’uso, si percepisce un tempo diverso, quello della pazienza e dell’attesa. Qui la materia non è un ostacolo da vincere, ma un interlocutore con cui misurarsi ogni giorno. È da questo dialogo silenzioso che siamo partiti per comprendere cosa significhi, oggi, essere scultore e pittore senza smettere di appartenere alla propria terra, lasciando che sia essa stessa, attraverso le mani, a trovare la propria forma.

Quando ha capito che la pietra non è solo materia da scolpire, ma qualcosa che le ha resistito?

Al secondo anno dell’Accademia, davanti a blocchi enormi che acquistai quasi per sfida. Non erano solo da scolpire: erano una sfida silenziosa tra la mia mano e quello che immaginavo di poter creare.

C’è una figura che le ha insegnato un mestiere che i libri non insegnano?

Zio Angelillo, detto “Mucciaccio”, vecchio scalpellino del paese. Con lui nacque un disegno su un foglio, poi un sogno: un camino monumentale, ispirato all’eleganza del Quattrocento, con fregi e uno stemma nobiliare.

Il lavoro con le mani lascia segni anche fuori dall’opera. Che prezzo ha pagato, in quei giorni?

Spesso colpivo la mia mano invece dello scalpello, e il sangue scendeva tra la polvere bianca. Zio Angelillo sorrideva e diceva, nel nostro dialetto: «Vai a zia, ca loche trase l’arte». Come a dire che l’arte, per entrare davvero, vuole sempre qualcosa in cambio.

Quell’opera ha avuto un destino lineare, o ha dovuto attendere il suo tempo?

Rimase incompiuta per cinque, sei anni, come un racconto interrotto a metà. Quando tornai, la pietra mi riconobbe e finimmo insieme quello che avevamo iniziato. Oggi quel camino è nel Palazzo Ducale, voluto da Andrea Postiglione durante il restauro: sembrava nato proprio per quelle mura.

Monte Mutria