La Lega B ha un proprio magazine che con cadenza mensile viene pubblicato sul proprio sito ufficiale. Nell’ultimo numero è dato ampio risalto al Benevento Calcio, definita Società Modello“. Tale analisi sul club giallorosso parte con un’intervista al presidente Oreste Vigorito e oltre al massimo dirigente sono stati intervistati anche il direttore sportivo Pasquale Foggia, il tecnico Cristian Bucchi e il portiere Lorenzo Montipò. Di seguito l’intervista al presidente Oreste Vigorito.

Il gol più importante della storia del Benevento?
“Lo ha segnato Cristian Agnelli e ci ha garantito la promozione dalla C2 alla C1. Quello di Iemmello contro il Milan a San Siro? No, quello lo ha segnato mio fratello Ciro, è un’altra cosa… è un affare di cuore”.

Oreste Vigorito, presidente del Benevento, due lauree, una in Giurisprudenza l’altra in Lettere e Filosofia, a capo di un gruppo che dà lavoro a più di 400 persone, parla per più di un’ora e i riferimenti a Ciro, il fratello maggiore, sono continui, a  dimostrazione di un legame inscindibile, anche davanti all’ineluttabile. “Ciro era milanista, così la settimana prima della partita guardai il cielo e con sorriso esclamai: “Dimostrami che vuoi più bene a me che al Milan”. E lui ha fatto gol…”

A marzo saranno 13 gli anni di gestione della famiglia Vigorito, capace di prendere il club in C2 e di catapultarlo in Serie A, dove lo scorso anno, malgrado la retrocessione, la squadra ha guadagnato il rispetto di tutti.

Presidente, c’è un momento nel quale ha pensato di lasciare…
“Sì, nel 2010 alla morte di fratello… il dolore mi ha fatto pensare di dire basta, poi mi sono detto: “No, si prosegue perché voglio coronare il suo sogno”. Ed eccomi qua…”.

Le ultime tre stagioni non sono state banali: la doppia promozione dalla C alla A, quindi il ritorno in B. “Una moltitudine di emozioni. Anche se il passaggio dalla C alla B è avvenuto nell’anno nel quale era meno atteso”.

Perché?
“Perché secondo me quella non era la squadra più forte in assoluto tra quelle che avevamo allestito per tentare di conquistare la B, invece come spesso accade, quando meno te lo aspetti…”.

Ricorda come andò?
“In estate in panchina arrivò Auteri, la squadra giocava un ottimo calcio, alla penultima giornata battendo il Lecce 3-0 ci regalammo la B. In parecchi ci pronosticarono un’annata successiva nella quale avremmo dovuto lottare per salvarci”.

Invece, arrivò un’altra promozione…
“La squadra dopo un ottimo inizio di stagione, aveva perso qualche gara, ci fu un momento di difficoltà e ad aprile in un match infrasettimanale perdemmo 4-1 a Cesena. Negli spogliatoi feci una sfuriata terribile, dicendo che avrei voluto vedere la reazione nella partita successiva, il derby con l’Avellino. E aggiunsi: “Se sabato vincete andiamo in Serie A”.

E fu così…
“Arrivammo quinti, mai avevamo disputato un play-off partendo da una posizione di classifica così sfavorevole… In Lega Pro avevamo affrontato queste partite partendo dalla terza, dalla seconda posizione, mai dalla quinta. Sa cosa dissero una volta?» No! «Nel 2009 giungemmo secondi, in semifinale eliminammo il Foggia, quindi ci giocammo la finale con il Crotone, dopo aver pareggiato in casa loro, dopo 10’ ci trovammo sotto di un gol nella gara di ritorno in casa nostra. Attaccammo tutta la partita, ma il pareggio non arrivò, in B ci andò il Crotone e qualcuno disse che perdemmo perché non volevamo salire di categoria. Ma le sembra che al mondo possa esserci una persona così stupida che fa una squadra per vincere il campionato e poi…”.

 A livello imprenditoriale quali le differenze tra C e B?
“I club in Serie C sopravvivono per la passione dei presidenti, lo status giuridico è professionistico, ma le realtà non sempre lo sono e serve una grande iniezione di capitali per ottenere il pareggio di bilancio. Dal “sistema calcio” l’unica entrata è il premio che viene riconosciuto in base all’utilizzo dei giovani. Una cifra esigua, che obbliga a coprire il disavanzo di fine stagione”.

E la B?
“Qui c’è più professionismo una prima forma di mutualità: i diritti televisivi sono un buon introito, aumentano anche i proventi da botteghino: pensi che noi quest’anno abbiamo 8.500 abbonati, più di tutti”.

Della Serie A cosa mi dice?
“Quello non è calcio, quello è spettacolo, in campo ci vanno dei campioni straordinari e, come ho sentito dire dai miei colleghi in alcune riunioni di Lega: “Va pagato! Lo spettacolo va pagato!”. In Serie A la quota dei diritti tv è consistente, c’è il merchandising e ovviamente gli incassi sono più elevati”.

Cos’è per lei il calcio?
“Quello che abbiamo fatto noi sui campi di Serie C oppure quello che ho in visto in Senegal qualche settimana fa: ragazzini che rincorrevano un pallone in mezzo alla polvere. La A è spettacolo e secondo me andrebbe chiamato così, con il suo nome”.

L’anno scorso…
“Non eravamo pronti. La struttura societaria c’era, ma il presidente non aveva mai fatto la A, il direttore sportivo non aveva mai fatto la A, l’allenatore era esordiente… e aggiungo: i calciatori forti a Benevento non venivano perché ci davano per spacciati, mentre i più scarsi accettavano per lo stipendio”.

Ora vi sentite pronti?
“Come prima cosa vorrei dire che l’organizzazione non manca. Il Benevento ha 25 dipendenti, la struttura societaria è quella che aveva pensato mia fratello e, malgrado lui non ci sia più da nove anni, quell’organizzazione è sempre attuale. Tra l’altro, abbiamo un ufficio marketing, un negozio, c’è chi si prende cura dei tre campi da calcio, il medico sociale è assunto e con lui i suoi collaboratori, il settore giovanile ha 40 ragazzi che vivono nella foresteria, 250 tesserati… l’Under 16 imbattuta nel girone di andata. Quando acquistammo il club, alla prima partita interna assistettero 260 persone, a quella con il Crotone avevamo 14.000 spettatori… E c’è una cosa che mi piace ricordare di mio fratello…”.

Dica… “Si prendeva cura di tutto e quando andavamo in trasferta, in albergo faceva trovare sui comodini la brochure della città nella quale si andava a giocare. Era una cosa che gli piaceva moltissimo. Quando eravamo in Serie C, il Benevento era ritenuto una sorta di Juventus della categoria: in ogni partita gli avversari triplicavano le energie per batterci, volevano dimostrare il loro valore. Ciro aveva chiaro cosa fosse una società, era stato ad Avellino in Serie A, ai tempi di Walter Schachner, Vinicio e Marchesi”.

Qual è il rapporto con gli allenatori?
“È mutato negli anni, ora mi faccio influenzare meno dai risultati, dalle critiche e dalle voci… Nei primi anni ne ho cambiati parecchi, forse anche per insicurezza mia, ero più sensibile alle critiche dei tifosi, alle voci esterne, può essere che cambiassi anche per avere maggiore consenso, oggi no. L’anno scorso ho avvicendato Marco Baroni solo dopo una lunga serie di sconfitte e Bucchi è ancora qui al suo posto, ha la mia fiducia, malgrado tutto quello che è stato detto e scritto”.

C’è un calciatore al quale è particolarmente affezionato, un calciatore che avrebbe voluto vedere in Serie A?
“Evacuo, se ne andò da Benevento perché soffriva troppo a ogni sconfitta, un ragazzo eccezionale, io ho avuto solo figlie femmine, ma se avessi avuto un maschio, avrei voluto un figlio come lui. Poi mi sarebbe piaciuto vedere in A Diego Palermo: è mio genero, esterno difensivo, ha giocato per noi, è una grande persona”.

Presidente chi retrocede dalla A…
“Non ha la promozione in tasca. La prima parte di stagione serve per cancellare gli effetti negativi dei risultati dell’annata precedente, c’è una pressione esagerata sulla squadra, il girone di ritorno, invece, serve a cercare di riconquistare la categoria. Proprio per questo ho pensato che l’ideale sarebbe stato un piano triennale per riconquistare la A. Sa cosa le dico?”.

Cosa? “Che in A dobbiamo andarci solo quando avremo il 50% possibilità di rimanerci. Fare su e giù non mi piace… Se si tornerà in A dovremo conquistare la salvezza”.

Perché nel 2006 lei e suo fratello decideste di fare calcio?
“Per regalare qualcosa di bello alle persone. E per regalare un sorriso ai bambini”.