La pessima gestione della Strega dei propri casi critici

Dopo lo 0-1 interno col Monopoli, che aveva sollevato non poche critiche tra i supporters giallorossi, sebbene sfiorando il limite del comprensibile, la Strega ha toppato anche la trasferta di Teramo col Monterosi, non andando oltre l’1-1. Il ruolino di marcia, neanche a dirlo, ora piange: le prime due delle ultime sei “finali” – così definite quando si è abbozzato il piano di sorpasso sulla Juve Stabia, anzitempo disatteso – hanno restituito alla squadra giallorossa appena un punto su sei a disposizione, ma soprattutto sembrano averla privata delle tante certezze maturate nelle precedenti tredici.

Nonostante un girone di ritorno da urlo, gli ultimi 180’ sono stati deleteri sia per quanto concerne quanto accaduto sul rettangolo verde, sia per ciò che esula dal calcio giocato. Se il Benevento ha sciorinato la propria peggior versione sotto la guida di Auteri, incappando in prestazioni intrise di blackout e proposizione di buon gioco meramente a sprazzi, senza continuità, è certamente la gestione dei momenti critici che lascia parecchio a desiderare.

A cominciare dal “caso Ferrante”. Quanto accaduto al termine del match casalingo col Monopoli ha catturato l’attenzione di tutti: stampa e tifo hanno ben presto messo a tacere il potenziale deleterio chiacchiericcio con l’intento di non minare il clima-spogliatoio, in modo da consentire alla Strega di lavare i panni sporchi in casa propria. Un’altra perentoria toppa sembrava averla messa il tecnico siciliano in conferenza pre-partita di Teramo, nella quale aveva pubblicamente confermato l’impegno, la serietà e la professionalità del calciatore interessato, sostenendo non vi fosse alcun problema irrisolto. Nell’ora che ha preceduto il match del “Bonolis”, poi, il fulmine a ciel sereno: attaccante in tribuna; neanche convocato. “Scelta societaria”, così il mister di Floridia ha chiosato nel post-gara. Quasi a voler prendere le distanze dal diktat imposto dalla dirigenza sannita. Una mossa piuttosto confusionaria, dunque, che oltre a riesumare qualche spiacevole fantasma del passato (le due retrocessioni d’altronde affondano le proprie radici in una comunicazione superficiale e difettosa) fa altresì suonare un campanello d’allarme: ad ora sembra latitare perfino la mono-direzionalità tra i vertici alti della società di via Santa Colomba, quasi vi fossero opinioni contrastanti e visioni distorte di accadimenti fuori dall’ordinario.

Come se non bastasse, come anticipato all’incipit, nemmeno dal punto di vista psicologico il Benevento si è comportato bene dopo la batosta incassata nel match col gabbiano: proprio quando vi era da spazzar via ogni dubbio circa un calo d’intensità della squadra, la Strega è venuta meno sotto l’aspetto caratteriale. A Teramo è mancato mordente, spirito; alla formazione di Auteri è venuta meno la voglia di sognare in grande, di accaparrarsi tre punti imprescindibili per continuare a bramare in maniera ostinata un finale di stagione differente da quello che ormai si prospetta. Perché all’orizzonte, ora, si paventano esclusivamente insidie: l’Avellino insegue, la Juve Stabia è sgusciata via e la Strega, col morale a terra, comincia a barcollare. Il Benevento, adesso, ha un impellente bisogno di ritrovarsi, così da rimettersi quanto prima in rampa di lancio in vista dei Play-Off.

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