Benevento, dentro la testa dei giocatori: c’è una fragilità di troppo?

Benevento, dentro la testa dei giocatori: c’è una fragilità di troppo?

La Strega è chiamata a recitare il ruolo di protagonista come del resto è capitato a tutte le retrocesse: troppe le pressioni da affrontare? Manca l'autostima? L'esempio da seguire è il primo Benevento di Baroni

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davIl quesito, o forse qualcuno in più, che ci poniamo oggi è: sarà che la squadra subisca troppe pressioni? Ci interroghiamo sulla tenuta mentale della truppa di Bucchi, alla luce anche della situazione simile che sta vivendo il Verona, che per colpa di due sconfitte consecutive ha perso la testa della classifica, considerando anche una vittoria ottenuta a tavolino e lo stop forzato al quale deve ancora attenersi. Consideriamo anche il periodo a dir poco delicatissimo vissuto dal Crotone, giunto alla quarta sconfitta in sette partite (e riposo ancora da osservare) dopo il ko di Palermo che costringe i calabresi a rivedere la posizione di Stroppa, appaiati a metà classifica.

IL DESTINO DELLE RETROCESSE
Il solito, lo stesso, da anni e anni: le compagini che tornano dalla Serie A ogni volta vengono indicate come le favorite, soprattutto da quando è stato stabilito il paracadute (la cui ripartizione è stata revisionata dalla Lega B questa estate, tra l’altro). Il più delle volte, però, il presto ritorno nell’Olimpo del calcio non è risultato così facile, tanto da rivelarsi un boomerang per diverse società che hanno dovuto fare i conti anche con lo spettro della retrocessione o dei playout. Il tutto, nemmeno a dirlo, è amplificato da un torneo inedito a 19 squadre che vede il Benevento, oggi ottavo (zona playoff) a quota 10, essere distante soli 5 punti dalla zona spareggi occupata attualmente dal Carpi (a quota 5) e Foggia (4).

AUTOSTIMA E FIDUCIA: IL PROBLEMA È LA TESTA?
C’è chi dirà che se hai pressioni non sei portato per il calcio o in generale per lo sport, ma l’ansia individuale è un qualcosa che può essere “curata” dal collettivo, unito più che mai quello del Benevento, forgiatosi dal ritiro a Cascia e che abbiamo subito avuto modo di intravedere all’Hotel President a luglio, quando molti elementi ancora non approdavano alla corte di Bucchi. Il problema sorge quando, sul campo, una formazione sperimentale e quasi sempre cambiata (ne abbiamo parlato nell’ultimo day after) porta a creare delle crepe più vaste nei momenti di difficoltà. Lo si è visto contro il Foggia e lo si è visto a Pescara ma attenzione a non dimenticare l’esordio contro il Lecce, dinanzi ad un pubblico eccezionale. L’undici scelto dal tecnico romano sembrava impacciato e imballato a livello psicologico, soprattutto. È la mente che guida il corpo, converrà qualcuno, e allora tralasciando le colpe del mister e concentrandoci sui calciatori, ci chiediamo se la loro tenuta mentale sia così fragile da soffrire la pressione di vincere a tutti i costi, di tornare subito in A, di inseguire l’obiettivo che la piazza vuole fortemente e che la società ha prefissato. Ciò si rispecchia anche nella crescente fiducia che l’intero popolo sannita e addetti ai lavori hanno infuso nei confronti dei giallorossi dopo l’exploit iniziale (col contorno prelibato di Udine) e la continuità di prestazioni che ha ovviamente inficiato in positivo nell’autostima dei calciatori che, alla prima difficoltà, si son trovati persi e smarriti di fronte alla possibilità di veder crollare quel castello di carta costruito in così poche giornate. Risulta per questo una squadra forte nella sua esposizione massima di calcio, intravista a Venezia, Cittadella e contro la Salernitana soprattutto, ma anche fin troppo debole nell’incassare il colpo di chi non ti perdona al primo tiro e ti domina sotto ogni aspetto. Contro la squadra di Venturato il Benevento ha mostrato solidità anche a fronte di una avversario che in extremis ha graziato i giallorossi. Saper soffrire, come il Benevento vincente di Baroni, diventa dunque una prerogativa: la B è una lotta di nervi, incassare senza cedere è un aspetto fondamentale, soprattutto a livello mentale. Ma cosa davvero contraddistingue quel Benevento leggendario dall’attuale? Una sola cosa: la mente sgombra, libera da pensieri, da nessun assillo, poiché la Serie A non era un obiettivo e l’entusiasmo della gente faceva da motore verso questo traguardo inimmaginabile per tutti. Beh allora la questione diventa più semplice: si gioca partita dopo partita, senza allungare lo sguardo all’orizzonte. È la legge delle retrocesse, con uno status ancora da Serie A, ma con la necessità di immergersi a tutti i costi in una realtà più dura del massimo campionato italiano.