Ci sono immagini che raccontano più di una cronaca. Un docente costretto ad alzare le braccia per difendersi da uno studente non è soltanto il simbolo di un’aggressione fisica: è il riflesso di una frattura culturale, di una crisi profonda che da anni investe il ruolo dell’insegnante, del maestro, di quella figura che per secoli ha rappresentato uno dei cardini della costruzione del pensiero occidentale.
Un tempo si parlava di “buoni” e “cattivi” maestri. Oggi sembra quasi che il problema sia diventato il maestro stesso, come se l’autorevolezza dell’insegnamento fosse un ostacolo e non una possibilità di crescita. Eppure la nostra civiltà si è fondata proprio sulla trasmissione del sapere: viene in mente il rapporto tra Platone e Socrate, viene in mente la scuola peripatetica di Aristotele, maestro di re e formatori di coscienze. La storia dell’Occidente è, in larga parte, la storia dei suoi maestri.
Ed è forse per questo che ciò a cui assistiamo oggi appare così triste. Non soltanto per la violenza materiale, ma per quella intellettuale che la precede e la accompagna. Perché colpire un insegnante significa colpire il valore stesso della conoscenza, il principio attraverso cui una società tramanda a se stessa memoria, strumenti critici e capacità di interpretare il mondo.
Quando penso alla figura del maestro, inevitabilmente penso ai miei. Penso alla maestra Silvia, alle elementari, che mi insegnò non solo ad apprezzare la lingua italiana, ma a immaginarla come un gioco, come un organismo vivo capace di permeare il pensiero. Fu lì che le parole smisero di essere semplici strumenti scolastici e diventarono possibilità, immaginazione, libertà.
Poi vennero gli anni del liceo, con il professor Ciervo e la professoressa De Angelis, che ci presero per mano accompagnandoci dentro il latino, il greco, la filosofia, la storia. Una storia che non era soltanto elenco di date, ma monito morale, specchio dell’umano. Leggevamo Hannah Arendt, leggevamo della “banalità del male”, ci confrontavamo con quel principio fondante del pensiero occidentale che consiste nel riconoscersi: riconoscersi nella storia, attraverso la storia, per evitare di ripeterne gli errori.
Ed è impossibile non vedere, negli episodi di aggressione ai docenti, il segno di un climax di violenza sempre più normalizzato. Una violenza che diventa linguaggio quotidiano, esibizione di forza, risposta automatica alla frustrazione. Una deriva culturale e ideologica profondamente preoccupante.
Perché il maestro, soprattutto nell’Italia dei piccoli paesi e dei villaggi del dopoguerra, era una figura fondante della comunità. Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, l’insegnante non rappresentava soltanto una professione: incarnava un presidio morale, civile, umano. Attorno alla scuola e attorno ai maestri si costruivano intere società.
Oggi, invece, sembra essersi incrinato il patto educativo. E allora servirebbe una presa di posizione reale e concreta delle istituzioni a tutela di un ruolo sempre più difficile e sempre più esposto. Servirebbe una presa di coscienza collettiva. Degli insegnanti, certamente, ma soprattutto dei genitori, che sono anch’essi maestri e maestre nella formazione dei figli.
Bisognerebbe tornare a comprendere che riconoscere l’autorevolezza di un docente non significa accettare un’autorità cieca, ma riconoscere il valore di chi ha il potere — forse il più grande di tutti — di cambiare una mente. Di plasmarla. Di permettere a qualcuno di riconoscersi nelle parole ascoltate in un’aula. Di abbandonarsi a un percorso di crescita che porterà, inevitabilmente, alla definizione di sé.
Perché senza maestri non esiste comunità. E senza il rispetto per chi insegna, una società rischia lentamente di perdere la propria memoria, la propria coscienza critica e, infine, la propria umanità.
Michele Piramide










