Cannavaro, dalla festa alle dimissioni (respinte): è bastato solo un mese

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I buoni propositi manifestati il 22 settembre scorso nella cornice della Sala Antico Teatro di Palazzo Paolo V hanno lasciato spazio esattamente un mese dopo all’intenzione di dichiarare resa di fronte alla crisi nera nella quale è finito il Benevento ereditato da Fabio Caserta. La sensazione di sentirsi inermi e impotenti al cospetto di un malato cronico, le cui cure sembrano introvabili, ha travolto anche un campione del mondo ed ex pallone d’oro quale Fabio Cannavaro. Il suo arrivo, oltre al ritorno d’immagine per la società, avrebbe dovuto portare freschezza ed esperienza ad una squadra vittima di se stessa e finita in un tunnel senza uscita, lo stesso nel quale si è infilato il capitano dell’Italia iridata nel 2006.

Le idee che il tecnico ha voluto subito introdurre al gruppo, come segno di totale rottura rispetto al recente passato, hanno trovato solo parziale applicazione nei primi quattro match con l’ex Guangzhou in panchina, sfaldatesi però sotto i colpi per lo più autoinflitti dai giallorossi. Una terapia d’urto che non ha sortito alcun effetto, tanto da ritenere il progetto tecnico di Cannavaro fin troppo ambizioso per un collettivo che necessita di ripartire dai dettami più semplici. Collettivo ridotto però all’osso, falcidiato dagli infortuni, rendendo forzate le scelte di diversi singoli pur senza disdegnare esperimenti che potessero segnare la scossa in casa Benevento. Scossa che non c’è stata, anzi alla Strega attuale servirebbe un elettroshock: nemmeno la contestazione dei tifosi è riuscita a toccare le corde dell’orgoglio e a risvegliare gli spiriti sopiti.

Fabio Cannavaro nell’annunciare le dimissioni respinte prontamente dal presidente Vigorito, ha definito questo “un atto dovuto”, assumendosi da leader le responsabilità del tracollo del “Sinigaglia” nonché del periodaccio che il Benevento sta affrontando. Lo ha fatto presentandosi di persona davanti ai giornalisti, mettendoci la faccia e manifestando una volontà che può essere interpretata come sintomo di debolezza. Un atto che il popolo chiede a gran voce agli imputati di turno, ma che quando si profila viene spesso visto con sospetto. E nel mentre la piazza cerca inutilmente e strenuamente un colpevole, Cannavaro ha concentrato tutti i malumori su di sé, forte di una società che gli ha rinnovato piena fiducia assumendosi nella pancia dell’impianto comasco tutte le responsabilità e le conseguenze di una scelta che mai come in questa fase ha un peso enorme. Quello che ora dovranno sobbarcarsi i giallorossi spediti in ritiro, privi ormai di alibi e giustificazioni, quelle cui ha rinunciato un campione quale Cannavaro, consapevole a distanza di un solo mese dei tanti, troppi limiti di questa squadra in contrasto con le sue ambizioni. Ridimensionarsi, tutti, ora e subito, è l’imperativo di una classifica che adesso fa tremendamente paura.

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