La sveglia suona poco dopo l’alba, sono le 6.30. Una tazzina di caffè rapido, un espresso preparato con la moka che mia madre conserva come un cimelio: lo stesso aroma che accompagnava la mia infanzia. Scendo e trovo mio padre ad attendermi, già pronto, vestito di tutto punto. Si va in montagna. Non per sport, non per abitudine, ma per partecipare a un rito antico, quasi pagano: la ricerca dei funghi porcini tra i sentieri meno battuti del Taburno.

Mio padre lo ripete sempre: “Bisogna andare dove gli altri non hanno il coraggio di andare”. Non è soltanto una strategia di raccolta, ma una lezione di vita. Camminare dove gli altri non osano, cercare dove gli altri hanno paura. La montagna, così, può sorriderti, può accoglierti. Lui si muove come uno stambecco, con l’agilità di chi ama profondamente la natura e il posto in cui vive. Io arranco dietro, ma ogni passo è un apprendimento, ogni gesto un modo per tramandare un sapere.

Alla fine si torna con qualche porcino, ma il vero dono non è il raccolto. È la ricerca stessa. È mio padre che, ancora oggi, non smette di insegnarmi — come se fossi bambino — come riconoscere i segni della natura. E in fondo è proprio un ritorno all’infanzia: quando lo seguivo controvoglia, e adesso invece lo cerco come occasione di socialità, di familiarità, di dialogo silenzioso con lui e con la montagna.

È in momenti come questi che si capisce quanto sia necessario tornare alla natura e ai piccoli borghi. Non per chiudersi, ma per aprirsi al mondo senza perdere la propria autenticità. Sono luoghi che custodiscono gesti semplici e tradizioni resistenti. Sagre di paese che diventano memoria musicale, ricordo collettivo. Piccole comunità che sanno parlare di futuro mantenendo intatta la loro radice.

Viene in mente Rousseau, con il mito del bon sauvage: non una nostalgia sterile, ma la consapevolezza che l’uomo è più vero quando è vicino alla sua origine naturale. In un mondo dove la comunicazione è spesso incomunicabilità, e dove il “diverso” viene trasformato in merce politica, economica, sociale, la natura mostra che la diversità è ricchezza. I funghi stessi lo testimoniano: cambiano forma e sapore a seconda che crescano sotto una quercia, un castagno o su un terreno brullo.

Difendersi dall’omologazione non significa rifiutare la modernità, ma custodire ciò che ci rende unici. Il Sannio è un polmone verde che resiste: non solo paesaggio, ma identità. La sua storia parla di resistenza — dalle Forche Caudine al brigantaggio — non come conflitto sterile, ma come volontà di non perdere sé stessi. Oggi questo spirito resiste nei gesti quotidiani, nella raccolta dei funghi, nei riti che diventano memoria.

Non serve un nemico per lottare. A volte basta la volontà di progredire insieme, senza smarrire le tradizioni. Perché è proprio lì, in ciò che la natura nasconde, che ritroviamo il senso di ciò che siamo.

Michele Piramide