Dal 1° al 7 agosto Piazza Damiano Sauli, nel cuore della Garbatella, si trasformerà in un’arena urbana sotto le stelle grazie alla rassegna “M’ILLUMINO DI TEATRO A GARBATELLA”, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, vincitrice dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Un’intera settimana gratuita di teatro contemporaneo, narrazione, circo, musica, performance, laboratori e pratiche collettive, con la direzione artistica di Valeria Orani e Paolo Aniello per 369gradi, e la curatela di Alessia Esposito. Un progetto che accende il cuore di uno dei quartieri più vivi di Roma, promuovendo comunità e cultura in uno spazio pubblico accessibile e condiviso.

Tra gli appuntamenti da non perdere, giovedì 1° agosto alle ore 20.00, Claudio Morici aprirà la rassegna con lo spettacolo BEST OF(F), una raccolta di monologhi vecchi e nuovi che attraversano — con il consueto mix di sarcasmo e umanità — i paradossi del nostro quotidiano: genitori single, profili social surreali, confronti tragicomici con l’INPS.

Morici è molto più di un comico: è una voce narrativa capace di toccare corde profonde con leggerezza solo apparente. Nel 2024 lo ha dimostrato ancora una volta con il podcast La malattia dell’ostrica, un progetto dirompente per numeri e impatto culturale, che esplora la vulnerabilità adulta con una scrittura limpida, affilata, necessaria.

Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dal debutto romano.

Partiamo dal titolo dello spettacolo: “Best Of(f)”. Che rapporto hai con i tuoi testi e con il te del passato?

“È un rapporto strano. Alcuni testi funzionano ancora, altri no. Quando ne riprendo uno e scopro che funziona ancora – che sembra nuovoè una sensazione bella. Basta scremare e lasciare quelli vivi, che risuonano ancora, ed è lì che ritrovo il senso del fare questo lavoro. C’è sempre quel momento in cui ti chiedi: ma sto solo ripetendo? O sto portando qualcosa che vibra ancora?”

Il teatro è di fatto rigenerazione. Senti di dover “uccidere” l’opera precedente per poter canalizzare nuove energie?

“Devi uccidere assolutamente l’opera precedente e anche le persone precedenti, altrimenti è finita. Uccidere il te di prima, altrimenti è finita. Il best-off, lo ammetto, non lo facevo da un sacco di tempo. Lo faccio raramente. Ma qui ha senso perché rileggo quei testi con occhi diversi, con il pubblico di oggi. È un modo per vedere cosa resta vivo, cosa non lo è più, e cosa mi può sorprendere di nuovo.”

I tuoi monologhi sembrano sempre partire da un’esperienza reale, ma poi si trasformano in qualcosa di grottesco, universale. Come lavori ai tuoi testi? Esiste un momento di “non ritorno” in cui senti che la tua esperienza è diventata l’esperienza di tutti?

“Sì, c’è un momento in cui mi perdo – proprio nel senso bello, creativo -. Un’idea nasce, funziona mentre la sto facendo, la fermo, magari la provo in un video, poi la porto dal vivo. E lì si arrotonda, si scalda. Quando comincia a far ridere me, e penso anche i miei amici, inizia a girare. Ma quello che cerco non è solo la risata di identificazione. È un passo oltre. Quando ridi perché riconosci qualcosa che prima non vedevi, anche se era lì accanto. È lì che sento che l’esperienza mia è diventata di tutti.”

Negli ultimi anni il podcast è entrato con forza nel tuo lavoro. Che rapporto hai con questo mezzo?

“Il podcast, rispetto al teatro, è una forma che arriva più lontano. La voce, da sola, senza corpo, riesce a raggiungere posti dove i teatri non ci sono, e le persone magari non hanno accesso a certi spazi. È più intimo, più regressivo. La voce è la prima cosa che sentiamo da piccoli, nella pancia della madre. Arriva prima delle immagini, del movimento. In un momento in cui il teatro è più faticoso – non solo per me, ma in generale – il podcast mi è sembrato uno strumento potentissimo, quasi superiore. Se vuoi far sentire meno sole le persone, funziona.”

E come ha reagito il pubblico a La malattia dell’ostrica?

“Dopo quel podcast, ogni volta che faccio una data c’è sempre gente che viene perché mi ha conosciuto lì. Sempre un 5-10% del pubblico. Ed è un tipo di esperienza diverso: sono più ore di compagnia, di risonanza. Ti hanno avuto in cuffia per ore, ti hanno ascoltato nei momenti più strani della giornata, quando magari abbassi le difese. Il podcast ti becca così: sei invisibile mentre ascolti. È diverso dal teatro, dove ti guardi in faccia, magari ti stringi la mano. E infatti il teatro è ancora quello che mi interessa di più, anche se avevo un po’ esagerato a dire che il podcast è superiore. La fisicità non la sottovaluto. In fondo, è sempre lì che ci si incontra davvero.”

Michele Piramide