Emergenza coronavirus: panico, ansia incontrollata, angoscia, abitudini e priorità stravolte, chiusura dei luoghi di aggregazione, sospensione di feste, manifestazioni, funzioni religiose, adozione di misure straordinarie, sospensione delle attività di sportello/consulenza presso alcune strutture, chiusura di scuole e università, sospensione delle uscite didattiche e dei viaggi di istruzione, controlli alle frontiere, blocco dei trasporti di merci e persone, rallentamento o interruzione delle attività economiche e commerciali. Per non parlare poi dell’assalto a farmacie e supermercati, della speculazione messa in atto con l’aumento esagerato dei prezzi di disinfettanti e mascherine, degli immancabili episodi di sciacallaggio, del bombardamento mediatico di notizie e aggiornamenti costanti, che alimentano caos e paura. Un senso di smarrimento si è innestato in un contesto già molto friabile e insieme infiammabile.

Premesso che il Covid -19 non è la peste, esso sta producendo però una bufera tale da assurgere a simbolo del mondo sconvolto, dei rapporti sociali scomposti, del sospetto, della discriminazione, dei valori perduti. Ma la situazione, sicuramente delicata e complessa, ci impone calma, prudenza, lucidità, per reagire all’evento con buon senso, razionalità, responsabilità.

In questo difficile momento di confusione, di paura e di incertezza, abbiamo bisogno di bussole per orientarci: una è sicuramente quella della corretta informazione medico-scientifica, necessaria per la salvaguardia della salute; un’altra ci servirà per il nutrimento dello spirito e a questo scopo potrebbe venirci in aiuto la letteratura, col suo potere di ricondurre alla riflessione interiore, di favorire una migliore conoscenza di sé, di confortare l’animo.

La letteratura è quel “luogo imminente” in cui possiamo sperimentare infinite ipotesi di realtà, apprendere i sentimenti in tutte le loro possibili declinazioni. E leggere significa vivere più vite, in una sorta di “immortalità all’indietro” (U. Eco).

In un immaginario viaggio nella letteratura della peste, rinveniamo numerosi scenari di epidemie, testimoniati sin dall’antichità nelle diverse tradizioni letterarie. La malattia, che per il suo significato simbolico è sempre stata di stimolo narrativo, rappresenta quel “manifestarsi della natura come nuda vita, sciolta da ogni vincolo, senza scopo apparente, priva di un progetto che non sia il suo stesso propagarsi”, (Sergio Givone Metafisica della peste). Le categorie interpretative del morbo, antichissime e solo apparentemente inconciliabili, sono essenzialmente due, entrambe oggetto di rappresentazione: quella religiosa, secondo cui la peste è un evento da ricondurre a un disegno trascendente; quella laica, per la quale essa è un fenomeno da riferire alla filosofia della natura.

Un esempio di peste come colpa e destino è nell’ Edipo re di Sofocle (V secolo a.C.). Il protagonista, Edipo, realizzando, a sua insaputa, un’infausta profezia, si macchia di due orribili delitti: uccide il padre Laio, re di Tebe, e ne sposa la vedova, la madre Giocasta, divenendo egli stesso re della città. Il suo peccato scatena nella terra tebana una terribile pestilenza che può essere debellata solo espellendo “l’impuro”, colui che contagia e infetta ogni cosa con la sua presenza. Un destino paradossale quello di Edipo, colpevole e innocente al tempo stesso, oggetto di una misteriosa pietà da parte degli dei.

Una celebre narrazione storica della peste che colpì Atene nel 430 a.C. è contenuta nell’opera di Tucidide La guerra del Peloponneso. L’epidemia è descritta in maniera minuziosa, con particolare attenzione ai sintomi, e raccontata con le sue implicazioni politiche, militari, sociali. Non manca la rappresentazione dei risvolti psicologici della malattia – lo scoraggiamento, la disperazione – e delle conseguenze morali del morbo: “… gli uomini, sopraffatti dalla violenza delle disgrazie, ignari di quel che sarebbe stato di loro, cadevano nell’incuria del santo e del divino”.

Anche Lucrezio, nel De rerum natura, ha narrato la peste di Atene, presentata come illustrazione di una teoria scientifica: le epidemie nascono dall’addensarsi di atomi nocivi che impregnano l’aria di morbo. Rispetto a Tucidide prevale nel poeta latino l’interesse a cogliere il disfacimento morale degli uomini, a dare un’interpretazione in chiave simbolica dei sintomi fisici della malattia – ne sono testimonianza espressioni come “vires animi”, “anxius angor”, “perturbata animi mens”, “metus mortis” – nella volontà di contrapporre la labilità spirituale dell’uomo comune alla serenità del saggio, che vive al di sopra di tutti, nei templi sereni edificati dalla dottrina epicurea. Momenti di intensa commozione di fronte a un’umanità prostrata, avvilita, disumanizzata e spunti di satira religiosa, nella disapprovazione per l’irrazionale paura della morte degli uomini e per la loro credenza nel potere salvifico della divinità, si alternano in un racconto in cui la peste assurge a metafora dell’immensa potenza della natura che distrugge affetti, averi, lo stesso vivere civile e scuote l’uomo nei suoi sentimenti, nel suo spirito, nella sua dignità.

Di grande umanità e profonda commozione è la descrizione della peste del Norico, di cui i moderni non hanno trovato riscontro, nel terzo libro delle Georgiche di Virgilio. Il poeta ritrae l’orribile spettacolo di morte dovuto a un’epidemia di afta epizootica, malattia che colpisce gli animali, soprattutto gli erbivori. Ma il significato più profondo del passo è la rappresentazione del mondo animale come metafora del mondo umano: gli animali, dotati di “dulcis animas”, si muovono e si atteggiano con una sensibilità tipicamente umana e gli uomini vivono e lavorano fraternamente con loro in una eccezionale “simpatia”. Anche per gli animali, come per gli esseri umani colpiti da ingiustificate sofferenze, ritroviamo quel lamento, quel grido tra la commiserazione e la maledizione, espressione dell’ingiustizia del mondo che rimane senza risposta.

Sull’aspetto antropologico del flagello concentra la sua attenzione Boccaccio, il quale, nell’Introduzione alla prima giornata del Decameron, richiama l’epidemia di peste che colpì Firenze nel 1348. A causa del morbo le leggi sociali si dissolvono, la vita collettiva si disgrega, i rapporti sociali sono rovesciati, la famiglia si disperde, i vincoli di amicizia si spezzano, i costumi si corrompono, le forme del vivere civile scompaiono, la stessa città, luogo sociale per eccellenza, si fa deserta. La pestilenza spazza via quel mondo umanizzato e “culturalizzato”, segnando un’involuzione che distrugge finanche la dignità degli usi funebri, quei riti ancestrali che sono fondamento della società civile. Niente più pianti, solidarietà: non c’è più tempo per l’elaborazione del lutto. Allo sfacelo generale, una comitiva di giovani, ragazzi e ragazze ancora sensibili a quella socialità ormai distrutta, reagisce con l’abbandono della città appestata e il riparo in campagna: non una decisione impulsiva, dettata dalla paura o dall’illusione di scampare all’epidemia, ma una scelta ponderata, razionale, realistica, con l’unico scopo di salvaguardare la vita.

Il motivo della peste ha acceso la fantasia dell’inglese Daniel Defoe, il quale, nel romanzo Diario dell’anno della peste (1722), descrive la grande pestilenza scatenatasi a Londra nel 1665, prendendo spunto dalla peste scoppiata nel 1720 a Marsiglia. La preoccupazione del contagio era giustificata dal fatto che Marsiglia, come porto internazionale, poteva facilmente diventare focolaio di un’epidemia, nonché dalla particolare condizione dell’Inghilterra, un paese dall’intensa attività commerciale. Ma il panico era alimentato anche da preoccupazioni di natura religiosa: si temeva che gli abitanti di Londra potessero essere puniti per la loro irrefrenabile avidità di guadagno. L’epidemia viene ad assumere, dunque, il carattere di castigo divino sull’umanità peccatrice. In realtà la peste, con la violenza, l’odio, l’angoscia, la diffidenza e la paura che ne seguirono, non colpì le classi più alte, quelle dei ricchi accumulatori, ma la povera gente, la cui vita, nella furia della malattia, è rappresentata da Defoe in un quadro di estrema verosimiglianza e meticolosa precisione. 

La peste campeggia nei Promessi Sposi: nel romanzo ben due capitoli sono dedicati all’epidemia di peste scoppiata nel milanese dall’autunno del 1629 all’estate del 1630. Pestilenza che l’autore, acuto osservatore della realtà, definisce “funesta mutazione di cose”. Con sprezzo razionalistico, il lucido Manzoni, suggestionato da Voltaire, non può accettare l’interpretazione della malattia come flagello di Dio; d’altro canto, la sua religiosità lo induce a cogliere nella peste una presenza inquietante legata a un piano trascendente, presentimenti di assoluto oltreumano nella realtà terrestre, che restano inesplicabili. Dunque Manzoni realista e simbolico al tempo stesso; nel romanzo la peste è causa di disordine e anarchia, ma anche simbolo del male, della corruttibilità, del flagello che “non corregge il mondo”. Nel denunciare lo sfacelo di ogni principio d’ordine, la perdita della fedeltà, dell’onestà, del rispetto, del senso della solidarietà e della pietà, lo scrittore deplora l’ignoranza e l’’irrazionalità degli uomini, ottusamente e ciecamente impegnati, nel delirio collettivo, a cercare i colpevoli, i “capri espiatori” da allontanare per ripristinare l’ordine perduto. Nel caos generale, infatti, piuttosto che adottare adeguate misure contro il contagio, si preferì dare spazio a credenze superstiziose, prima fra tutte quella sugli untori, accusati di spargere la peste in città, con particolari unguenti ricavati dalla distillazione dell’essenza della malattia. Un meccanismo, quello del capro espiatorio, che non si è mai inceppato; ancora oggi vi ricorriamo quando, suggestionati da eventi che ci destabilizzano, troviamo rassicurante cercare spiegazioni facili e fantasiose, che non ci costringono alla riflessione e al ragionamento. Così come non riusciamo a liberarci della pessima abitudine di mettere in giro voci incontrollate e false notizie, che si moltiplicano nel tam tam da una persona all’altra, da un luogo all’altro, oggi più di ieri, per effetto dell’amplificazione resa possibile dai canali social. “Storie di ordinaria falsità”, note con l’espressione “leggende metropolitane” (di cui la caccia agli untori è un esempio), che si innescano in contesti di insoddisfazione, paura, ansia di una popolazione e fanno leva su elementi di terrore ancestrale, tipici dell’assenza o della limitazione di conoscenze certe (M.Bloch).

Di vivissima attualità, dunque, quel monito di Manzoni, che invita a “osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. E molto suggestive le valenze simboliche dell’evento: l’immaginario collettivo elabora la figura del nemico, del diverso, del non-assimilabile e mette in atto reazioni di difesa per esorcizzare il male.

Con Leopardi si ritorna ai criteri interpretativi di Lucrezio: la peste si pone al di fuori di qualsiasi disegno divino, per inserirsi nel ciclo eterno di produzione e distruzione che regola l’universo. Essa non è espiazione di una colpa misteriosa, ma rientra nell’ordine della natura; la vita ospita anche il dolore, la distruzione, la morte.

Disastri naturali, epidemie – “un fiato d’aura maligna” – sono prova della superiorità della natura, ferma nella sua minaccia sull’uomo che “nato a perir, nutrito in pene”, con fetido orgoglio dichiara “a goder son fatto”. La Natura, dunque, è parametro dell’inanità degli sforzi degli esseri umani di darsi una storia, immersi in un tempo che trasforma incessantemente ogni cosa. Alla persecuzione da parte di questa madre maligna, Leopardi contrappone la pietà per la sofferenza umana, la solidarietà, prospettiva aperta nella Ginestra, con l’invito agli uomini a unirsi tra loro, dimenticando odi e rivolte, per difendersi dalla loro comune nemica, pur nella consapevolezza di una lotta impari. Lo stesso Leopardi, nell’ottobre del 1836, in una delle ultime lettere al padre (da Napoli si era trasferito in campagna), alla notizia del diffondersi del colera in varie città d’Italia, tra cui Ancona, esprime il desiderio di riunirsi ai suoi familiari, disposto a raggiungerli a piedi per condividere il pericolo con loro.

Anche Camus affronta il problema del male in una prospettiva laica. Nel romanzo La peste del 1947, lo scrittore francese immagina lo scatenarsi di una pestilenza nella città algerina di Orano che, chiusa da un cordone sanitario, reagisce in due diversi modi: c’è chi continua la vita di tutti i giorni, come se niente fosse, e chi si rinchiude in casa, evitando qualsiasi contatto con gli altri. Nella visione di Camus la peste è allegoria del male che è insito nella condizione umana; la sofferenza non ha spiegazioni, vana per l’uomo è la speranza di trovare una compensazione nel trascendente. L’unica possibilità di ribellarsi all’assurdo, pur nella consapevolezza che non esiste rimedio definitivo all’ingiustizia, è nella solidarietà. I due eroi del romanzo, il dottor Rieux e padre Paneloux, rappresentano l’alternativa al male da due prospettive diverse, quella laica e quella religiosa, convergenti entrambe nell’azione.

Sia l’uno che l’altro, spinti dall’amore per i propri simili, reagiscono all’ingiustizia del dolore e della morte con l’altruismo, non quello eroico dei gesti eccezionali, ma quello senza esibizioni, operoso e silenzioso.

Amore per il prossimo, empatia, pietà – da una parte – razionalità, senso di responsabilità, prudenza – dall’altra – sono le risposte che la narrazione letteraria sulla peste offre e propone. 

Come un prontuario dell’anima, ecco che la letteratura, con la sua capacità di toccarci nel profondo, ci soccorre e, nel presentare strade già battute, suggerisce possibili soluzioni di fronte alle difficoltà, apre la mente, sollecita il pensiero, chiarisce le idee, scioglie dubbi, consiglia comportamenti da adottare nelle più disparate situazioni. Non siamo mai soli se accogliamo nella nostra vita la letteratura.

Nel mondo ai tempi del coronavirus, dalla letteratura ci arriva un messaggio di straordinaria potenza, antidoto al caos e alla paura: la solidarietà nel male. Un invito, ieri come oggi, a conservare un punto di vista lucido sulla realtà, anche quando il senso degli eventi sembra sfuggirci.

E un monito a rimanere aggrappati all’umanità, che è la nostra cifra, nonostante tutto.

Nunzia Campanelli