In questa rovinosa discesa agli inferi in cui stiamo precipitando, siamo giunti alla terza settimana di quarantena. Fino a un mese fa avremmo dato qualsiasi cosa pur di interrompere il flusso travolgente della vita frenetica e starcene tranquilli, sprofondati nel nostro comodo divano a vedere un bel film, ascoltare buona musica, leggere un avvincente romanzo. Oggi dure disposizioni, in nome della salute e della sicurezza comuni, ci obbligano a restare a casa, per evitare la diffusione del contagio. Le nostre libertà sono fortemente limitate, ma è un sacrificio necessario per il bene di tutti. I primi giorni, nonostante l’angoscia per l’infuriare dell’epidemia, abbiamo potuto apprezzare gli effetti positivi di un rallentamento dei ritmi quotidiani; è arrivato però il momento di riorganizzare le nostre giornate, che trascorrono nella più severa segregazione, cercando di dare ad esse un senso, in nome di quella resilienza che, sola, ora come ora, può salvarci. E così, all’interno delle mura domestiche, ci dividiamo tra lavoro, nella forma del telelavoro o del lavoro agile (ma lo è davvero?), che occupa molto del nostro tempo, e attività varie, a seconda dei gusti e delle preferenze personali.

A sopportare questa sorta di prigionia, ci viene in soccorso la lettura, che può restituirci, almeno in parte, quella libertà di cui oggi avvertiamo la struggente mancanza. Per quanto mi riguarda, oltre ad alcuni classici che sto rileggendo con estremo  piacere – “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”, osservava Calvino – ho gradito molto la lettura di un’opera teatrale, ispirata ad un fatto di cronaca del mondo del lavoro femminile. Protagoniste un manipolo di donne coraggiose, orgogliose, pronte a tutto, come solo le donne sanno essere.

I fatti si svolgono in Francia nel gennaio del 2012. Teatro della vicenda è la Maison Lejaby di Yssingeaux, nell’Alta Loira, una fabbrica tessile tutta al femminile. Uno dei marchi storici dell’intimo francese veniva ceduto dall’americana Warnaco alla multinazionale austriaca Palmers. In segno di protesta le operaie si riunirono a Lione, nella Cour des Voraces, per posare per una foto ricordo sui gradini della monumentale scala, scenario di dolorose vicende storiche legate alle insurrezioni repubblicane del 1848-1849. Le manifestanti posarono con una maschera bianca sul volto, scandendo slogan contro il nuovo padrone e urlando: “Lejaby, Palmers mi ha ucciso”; immensi poster di belle ragazze in abbigliamento intimo si stagliavano sullo sfondo grigio dello storico cortile.

La protesta non sortì gli effetti sperati: lo stabilimento, purtroppo, fu chiuso, ma l’episodio ebbe una grande eco mediatica. Una donna intelligente, intraprendente, visionaria, Muriel Pernin, colpita dalla vicenda, dopo aver contattato le operaie licenziate, con un appello sui social network si mise alla ricerca di fondi con l’intento di dar vita a un laboratorio di biancheria intima da vendere online. Una storia di gente comune dalla forza e dalla volontà eroiche.

Per mesi web e giornali si occuparono del caso delle operaie di Yssingeaux, da cui rimase suggestionato Stefano Massini, uno dei più apprezzati autori della scena teatrale contemporanea. Ne nacque un intenso e coinvolgente testo dal titolo 7 Minuti, ispirato al dramma “La parola ai giurati” di Reginald Rose – riferimento esplicito dell’autore –  rappresentato a teatro con uno spettacolo diretto da Alessandro Gasmann e portato sul grande schermo da Michele Placido e dallo stesso Massini. Ad interpretare la parte della protagonista una strepitosa Ottavia Piccolo, presente sia nel cast teatrale che in quello cinematografico.

La vicenda narrata da Massini affronta temi di vivissima attualità: la precarietà del lavoro, la crisi economica e le conseguenze della delocalizzazione produttiva. Una fabbrica francese, la Picard & Roche, una vecchia e gloriosa azienda tessile con duecento dipendenti, tutte donne, viene ceduta ad una multinazionale. I nuovi proprietari predispongono un nuovo contratto che prevede una clausola da accettare o respingere.

Protagoniste del dramma sono le undici donne che compongono il Consiglio di fabbrica, nove operaie e due impiegate, di età compresa tra i venti e i sessanta anni, chiamate a decidere, anche per conto delle altre dipendenti, in merito a una proposta avanzata dai nuovi soci della ditta: rinunciare a sette minuti sui quindici complessivi dell’intervallo per la pausa pranzo. Donne diverse per nazionalità, classe sociale, esperienze di vita, carattere, opinioni.

Capogruppo e portavoce del Consiglio è Blanche, sessantuno anni, capelli bianchi, occhiali spessi: operaia specializzata di trentennale esperienza, razionale, lucida, lungimirante, coraggiosa, è lei a guidare il gruppo in una sorta di autocoscienza collettiva che farà emergere individualità, vissuto, convinzioni ed emozioni di ognuna di loro.

Mireille, giovane ventiduenne, dal temperamento impetuoso, sogna una vita normale; consapevolezza e disincanto sono la sua cifra. Sabine, ventisei anni, pungente, impulsiva, è una che prende la vita di petto e di pancia; per lei le idee sono “cose d’aria”. Odette, cinquantadue anni, da trenta in servizio nella Picard & Roche, fumatrice accanita, è la più possibilista del gruppo, aperta al dialogo, disponibile all’ascolto. Rachel, trentacinquenne impulsiva, ribelle; la situazione snervante non le fa perdere la verve ironica (i nuovi soci stranieri li chiama “sorci”); amante della libertà, ha sulle lunghe braccia una foresta di tatuaggi, tra cui spicca la parola libertà.

Agnieszka, una ragazza dell’Europa dell’Est di ventiquattro anni, è terrorizzata al pensiero di “scomparire” come altre sue amiche che si sono ritrovate senza lavoro da un giorno all’altro. Arielle, trentasei anni, dura, determinata, un po’ polemica, vuol “sentirsi la terra sotto i piedi”, accetterebbe tutto pur di non andare a casa. Lorraine, ventiduenne, nell’azienda da poco meno di un anno; scottata da un precedente licenziamento, difende a denti stretti il posto di lavoro, perché non vuole tornare a fare pulizie nei condomini e a liberare le strade dagli escrementi dei cani. Mathab di Teheran, trentadue anni, da dodici nell’azienda, nel suo paese, “laggiù”, ha conosciuto la paura; l’unica cosa importante è salvarsi e per la salvezza individuale non ci sono regole. Zoelie, ventidue anni, parla poco durante il confronto. Se i nuovi soci mettono per iscritto le condizioni modificate e garantiscono il mantenimento di tutti i posti di lavoro, qual è il problema? “Purché mi paghino” è il suo imperativo e l’unico suo interesse. Sophie, diciannovenne, una delle due impiegate, è la più giovane del gruppo. Ha un grande senso della realtà, ma è un po’ sfuggente.

Chiuse in una stanza immersa in una fredda luce al neon, le undici donne si confrontano attraverso un dialogo fitto, serrato, acceso, a tratti anche violento. Campeggia sul pavimento di linoleum grigio il logo gigantesco della Picard & Roche, ingombrante, prepotente, sfacciato, a ricordare un datore di lavoro cinico ed esigente.

La proposta è stata presentata a Blanche che ha trascorso quattro lunghe e snervanti ore con i capi, tra vecchi proprietari e soci stranieri, in totale dieci cravatte, questo il loro soprannome. Dalla riunione Blanche esce provata “come se una palla da biliardo le rotolasse nel cranio e sbattesse da ogni parte”. Eppure è stato un incontro tranquillo in cui non si è verificato niente di preoccupante; di quelle quattro ore la donna ricorda “solo sorrisi”, “parole giuste” e “discorsi ben fatti”. Ma non si sente tranquilla, prova una strana sensazione, una serenità finta che, come una maschera, le si è appiccicata addosso. In realtà alla fine della riunione, gli ultimi dieci minuti, è avvenuto qualcosa di apparentemente irrilevante che l’ha fatta precipitare in uno stato di agitazione: la consegna, accompagnata da rassicuranti sorrisi, di dieci lettere, una per ciascuna componente del consiglio, contenente la richiesta di riduzione di sette minuti del tempo della pausa pranzo.

Il messaggio sembrerebbe rasserenante: la fabbrica non chiude, non sono previsti licenziamenti, se non sette minuti in meno dei quindici previsti per la pausa pranzo. Il consiglio è chiamato a votare la proposta per conto di tutte le dipendenti della fabbrica: accettare o rifiutare.

Blanche invita le compagne a riflettere e ad agire con saggezza, ponderando pro e contro; per lei si tratta di un vero e proprio ricatto della nuova proprietà.

Prevedibile è la reazione delle operaie: Arielle vuole votare subito a favore, “prima che le cravatte ci ripensino”, si sarebbero abituate presto a una pausa più breve. Per Sophie non bisogna avere dubbi, le regole del commercio sono inesorabili, è da apprezzare, anzi, che i soci stranieri cerchino un’intesa: la proposta va accettata senza esitazioni. Zoélie e Agnieszka pensano che bisognerebbe addirittura ringraziare i nuovi soci; così Mireille, la quale, pur condividendo l’idea del ricatto, afferma che bisogna accondiscendere alla richiesta obtorto collo. Odette si fida delle sensazioni di Blanche, la quale invita calorosamente a parlare, a confrontarsi, ma precisa anche che non c’è altro da fare: “il momento è quello che è”. Lorraine teme la chiusura dell’azienda nel giro di pochi mesi da parte dei nuovi soci, se la proposta viene rifiutata. Le più propense ad ascoltare Blanche, attanagliata da dubbi e perplessità, sono Odette e Rachel che ascoltano le sue ragioni. Mahtab con parole sincere e toccanti, spiega perché accetterà la proposta: la sua esperienza di vita nella paura – lei sa cos’è perché ce l’ha “dietro le spalle” – le ha fatto capire quanto sia importante salvarsi “e per salvarsi non ci sono regole, e nemmeno cortesia”. Le altre cominciano “a conoscere la paura solo ora…con le fabbriche che chiudono, i fallimenti, le crisi”.

Blanche ha tutte contro, eppure non rinuncia a ragionare, riflettere, ponderare; troppo semplice cedere alla tentazione di facili trionfalismi. E’ interessante e avvincente seguirla nei suoi percorsi mentali che vanno dalla intuizione dell’inganno alla consapevolezza del ricatto. Si tratta di un’ignobile infamia presentata con parole spalmate con il miele dei sorrisi. La richiesta di rinunciare a sette minuti della pausa pranzo è un invito a “votare di stomaco, senza testa”, dice con forza Blanche. Non è rifiutando la proposta che si corre il rischio, con il tempo, di perdere il lavoro, ma accettandola, cedendo a furia di “piccoli pezzi”, di sette minuti in sette minuti.  E con argomentazioni stringenti, come in un tribunale, dimostra che proprio una condotta cedevole potrebbe pregiudicare il loro futuro. A Blanche è ben chiaro l’intento dei nuovi padroni: mettere alla prova le dipendenti, verificare cosa sono disposte a fare pur di lavorare. E lei non ci sta, non per i sette minuti in sé, ma per quello che essi rappresentano: la dignità nel lavoro. Pur accusata dalle colleghe di porsi troppe domande, di avere eccessivi dubbi e scrupoli, di essere troppo sospettosa, addirittura di essersi venduta ai capi con la promessa di compensi se farà il doppiogioco, Blanche non rinuncia a portare avanti, sino alle estreme conseguenze, le sue posizioni.

Arielle vorrebbe indurla a seguire il ragionamento contrario, per portarla a una consapevolezza diversa: è una fortuna aver conservato il lavoro, bisogna tenerselo stretto e festeggiare. Ma Blanche non demorde e continua a difendere la sua tesi con argomentazioni rigorose e stringenti. Quei sette minuti al giorno moltiplicati per ciascuna di loro, cioè per duecento, fanno una cosa enorme: ben seicento ore di lavoro in più al mese, lavoro non pagato. “Non è fortuna, non è un regalo”, ribadisce Blanche; “Sotto, fra le pieghe…c’è il gioco del togliere poco a tutte per guadagnare tanto dalla somma”. In futuro, fa notare, quelle seicento ore di lavoro prestato gratuitamente potrebbero rivelarsi un boomerang per loro, dando ai proprietari stranieri l’occasione per licenziare personale in esubero.

Blanche fa riflettere sul fatto che scendere a patti, rinunciare a difendere i propri diritti, sottrarsi alla responsabilità individuale di scegliere significa essere complici di un sistema che tende a schiacciare il singolo e a privarlo della libertà e della dignità. “Se dieci pensano rosso, l’undicesimo deve arrossire”. Risponde Blanche quando Arielle le contesta di essere poco concreta, dal momento che dieci voti su undici saranno favorevoli. Blanche ha perfettamente colto che quella che si sta mettendo in atto è una volgare, subdola strategia di manipolazione: l’esperienza mostra che quando un cambiamento avviene lentamente sfugge alla coscienza e non suscita nessuna opposizione. Reazione diversa avrebbe sicuramente provocato la richiesta di un’ora di lavoro in più al giorno non retribuita; in questo caso la coscienza si sarebbe ribellata e ne sarebbe nato uno scontro aperto contro una palese ingiustizia e un attentato alla dignità della persona. C’è poi un altro motivo ancora che fa propendere per il voto contrario alla riduzione dell’intervallo: una “resa” incondizionata potrebbe costituire un precedente per legalizzare situazioni analoghe in altre fabbriche, un “nuovo gioco” con cui “invece che aggiungere diritti, si tolgono”. Si vota per il presente, per il destino di duecento donne, madri, mogli, compagne, figlie, ma anche per il futuro: su undici donne pesano le sorti di un’intera categoria di lavoratori.

Blanche sente su di sé tutto il carico di una grande responsabilità: decidere in piena libertà “in questo delicato passaggio storico” non è semplice. Animata da un grande senso della libertà, vuole scegliere, disposta anche a sbagliare e a pagare le conseguenze delle sue decisioni; le sue compagne no, non hanno la sua maturità e la sua consapevolezza, almeno in un primo momento.

Hanno paura della libertà, non se la sentono di esercitare il diritto di scelta, perché prendere decisioni comporta sempre dei rischi. Ma poco a poco, Blanche, con un immane sforzo di raziocinio e di persuasione, trascina metà del gruppo dalla sua parte: la prima a cambiare idea è Rachel perché “questo fatto dei sette minuti…riguarda tutti…tutte le operaie, tutti gli operai, tutti quelli che lavorano, dentro e fuori di qui…”. Odette è la seconda: Blanche va ascoltata, il suo ragionamento è fondato, sensato, convincente. La difesa dei sette minuti farà notizia e sarà per tutte loro l’occasione per rendersi promotrici di un cambiamento a beneficio di altri. Segue Mireille, convinta della necessità di difendere prima di tutto la dignità. Infine, con un improvviso colpo di testa, anche Lorraine si schiera con Blanche.

Si arriva alla votazione definitiva, il cui esito va comunicato ai capi entro l’ora stabilita. Si vota rispondendo “accetto” o “rifiuto l’accordo”. Blanche lascia il consiglio dopo aver espresso il suo voto contrario; Rachel, Odette,  Mireille, Lorraine sono con lei. Zoelie, Arielle, Mahtab, Agnieszka, Sabine accettano la proposta dell’azienda. Cinque voti favorevoli contro cinque contrari. Manca il voto di Sophie; tutto dipende da lei, dalla sua decisione.

Il dramma si chiude sulla scelta, taciuta dall’autore, di Sophie, la più giovane di questo acceso conclave di donne, in cui ognuna ha portato se stessa, con la propria individualità, e si è messa a nudo. Non sappiamo quale delle due posizioni del Consiglio di fabbrica prevarrà, se quella del compromesso o quella della disobbedienza. È vero, l’esperienza insegna che all’obbedienza segue un premio, alla disobbedienza un castigo. Ma dalla storia apprendiamo che è la disobbedienza a far avanzare l’umanità sul cammino della civiltà e della giustizia.

E Blanche con il suo coraggio, il suo spirito libero, il suo idealismo è un esempio di quello “splendore della disobbedienza” che ha animato e continua a sostenere le donne nel lungo e impervio cammino verso l’emancipazione e l’autodeterminazione.

Nunzia Campanelli