Foto LaPresse
Foto LaPresse

Commentare una sconfitta del genere viene difficile a chiunque. A freddo, come di consuetudine nella nostra rubrica, cerchiamo di mettere ordine e far luce sui temi caldi del giorno dopo. Oggi ce ne sono molti da analizzare, alla luce della ricaduta di questo Benevento convalescente e in via di guarigione stoppato per la terza volta in casa in questo campionato: a ringraziare stavolta è il Verona che, a dispetto di Foggia e Ascoli, le altre due compagini che si sono imposte al “Vigorito”, era partita in pole position insieme ai sanniti e che fino a ieri viveva un periodo di grande crisi con una sola vittoria nelle ultime otto gare e una forte contestazione della piazza ai danni del patron Setti. Ingredienti, questi, che potevano far venire l’acquolina in bocca a Bucchi e i suoi, provando ad affossare una concorrente diretta alla salvezza o quantomeno addomesticarla senza però essere sbranati. Alla fine succede che è il cacciatore ad essere divorato dalla preda, tra le fredde (in tutti i sensi) mura amiche, con gli scaligeri che scavalcano i giallorossi in classifica e la squadra nuovamente in conflitto con la propria coscienza.

LUCE AD INTERMITTENZA
I motivi possono essere diversi e cerchiamo di racchiuderli tutti qui: il Benevento è una squadra che sin da subito non ha dato segnali di continuità e la quinta battuta d’arresto stagionale avuta ieri inizia a diventare un campanello d’allarme: la squadra non ha un equilibrio interno derivato dalla consapevolezza delle proprie potenzialità e tracciando sempre un parallelo con la squadra salita in A, quello degli immortali era un gruppo conscio dei propri limiti ma consapevole anche di poterli superare con l’unione di intenti, la passione e l’abnegazione oltre qualsiasi discorso tecnico-tattico. Quella squadra aveva un suo equilibrio interno, oggi purtroppo assente. Vuoi per i tanti infortuni, per le formazioni sempre diverse scese in campo finora, per la mancanza di leader veri e legati, davvero, a questi colori. Fosse solo nelle motivazioni, il problema sembra meno preoccupante. A creare qualche apprensione, però, è anche la scarsa capacità nel dare una linearità alle proprie prestazioni, soprattutto dal punto di vista qualitativo: parliamo di Puggioni, messo in cantina dopo topiche colossali; Maggio oppresso da problemi muscolari prevedibili se si considerano le tante panchine digerite a Napoli e la preparazione tutta nuova fatta questa estate per affrontare un campionato da titolare nonché da capitano; stesso discorso per Nocerino, attivo finora nella MLS, campionato dove le vecchie glorie vanno a svernare e anche a chiudere le proprie carriere, per non dire che si tratta di un torneo dai valori estremamente bassi e con preparazioni totalmente diverse; Di Chiara, anche lui falcidiato da problemi fisici come Costa, entrambi fuori dai giochi a Carpi e col secondo che gioca a singhiozzo nonostante la società abbia deciso di dargli una seconda chance (a scapito di un Lucioni qualsiasi. E sia chiaro, nulla contro Andrea…); Viola fa il bello e cattivo tempo, la squadra si accende e si spegne in base al suo rendimento; Tello inizia col botto per finire a cincischiare e a riparare i danni commessi; Bandinelli è l’essenza di questa squadra ad intermittenza, prima appare poi scompare per tornare ancora con dei guizzi improvvisi ma per fortuna decisivi; Insigne, oltre ai problemi fisici (e considerando le tante sostituzioni, pare che Bucchi non lo veda tra i titolari), quando è in forma si prende i palcoscenici per calare vistosamente attimi dopo; Ricci ha qualità inespresse, classico esempio di calciatore consapevole delle proprie potenzialità ma pigro in campo; Improta è tanta corsa ma poca sostanza negli ultimi metri; Buonaiuto è un vagabondo in cerca della propria meta; Asencio non trova l’alchimia con Coda e il ruolo di rifinitore, per caratteristiche, gli sta evidentemente stretto; Coda, il risolutore, il bomber, il più prolifico, oltre ad essere poco cinico in rapporto al numero di occasioni create (Carpi e Palermo gridano vendetta) dopo la figuraccia di ieri ha inevitabilmente compromesso la sua immagine, nella notte in cui indossava, tra l’altro, la fascia di capitano. Senza menzionare Montipò, ieri decisivo ma da poco titolare, i soliti ignoti Tuia e Bukata, Del Pinto fuori da due mesi, così come il lungodegente Antei che si spera torni a pieno regime già da sabato prossimo, si salvano in tre, nonostante anche loro si siano macchiati di qualche colpa: Volta, Billong e Letizia. Ieri abbiamo visto come i due centrali, se presi in profondità come nelle caratteristiche dell’Hellas, vanno in difficoltà. Volta resta il miglior difensore se non l’acquisto più azzeccato finora (e che comunque è incappato nell’autogol contro l’Ascoli), con Billong che è diventato un acquisto aggiunto se consideriamo la sua cessione praticamente già partorita, ma che ha macchiato il proprio cammino con lo scivolone di La Spezia. Letizia resta l’unico faro e condottiero, anche senza una gamba, di una squadra all’apparenza priva di anima, come dimostrato a più riprese anche ieri. Peccato che a Carpi ci siano anche sue responsabilità sulla rimonta finale degli emiliani, e che sia troppo soggetto ad infortuni di qualsiasi natura (forse per la foga messa in campo). Resta, dunque, il quadro di una squadra che sa della classica minestra riscaldata, soprattutto a vedere la prestazione con risultato finale di ieri, in un match di cartello.

BUCCHI, DOVE FINISCONO LE SUE COLPE
Il confine è tutto lì, nelle scelte e nelle decisioni autonome prese dai suoi uomini in campo, dal Puggioni di turno al Billong di turno, dal Costa di turno al Coda di turno, senza citarne altri: il Benevento evidenzia ancora le lacune e le topiche sporadiche di un singolo qualsiasi che compromettono l’intero match e il risultato finale. Un allenatore guarda alla pratica nonché all’essenza, può avere una propria linea di pensiero nonché dei dettami da ripetere all’infinito durante la settimana per vederli proposti con successo durante le partite. L’unica grande pecca di questo Benevento è il non saper (o voler…) prendere l’iniziativa, avendo a disposizione ottimi palleggiatori e una buona padronanza della palla: consegnare ieri un primo tempo ad un Verona in cerca della scintilla per ridestarsi rappresenta un suicidio tanto quanto l’errore del singolo. Al mister possiamo imputare la scelta di condurre una gara così attendista, forse per far sfogare un Verona riposato rispetto ad un Benevento reduce da due impegni in pochi giorni e cogli uomini contati. Non è che l’assalto, però, nella ripresa sia andato meglio, ancora privo di idee e soluzioni, senza tranquillità e sicurezza, ma con tanto pressapochismo. Lavorare sulle situazioni disperate, oramai diventate troppe, questo si può: per farlo, però, serve lavorare sulla testa dei giocatori, risucchiati di nuovo dal buco nero della scarsa autostima. Sul piano tattico, Bucchi non ha colpe: il 3-5-2 resta una sicurezza a maggior ragione col rientro di un centrale naturale come Costa. Buonaiuto mezzala è una soluzione ma non risolutiva, in panca Del Pinto non garantiva minuti nelle gambe e Nocerino ha già giocato in Coppa e in queste condizioni avrebbe potuto risentire del palleggio dei gialloblu. Cogli uomini a disposizione, schierare la formazione migliore risulta un’impresa, ma Bucchi gli va dato atto, non ne ha mai fatto un alibi, consapevole delle tante scelte a disposizione. Eppure, queste stanno finendo…

QUESTIONE INFORTUNI
Il Benevento sopravvive grazie ad una rosa lunga (nonostante si dica il contrario). Gli unici due buchi restano quelli della mancanza di un vice Viola e di un terzo in attacco che possa far rifiatare Coda e Asencio. Gli innumerevoli infortuni costringono il tecnico romano a fare di necessità virtù provando a pescare il coniglio dal cilindro, nonostante questa filosofia sembri un po’ forzata dal fatto che la squadra rispecchi le sue direttive fissate in estate e “questi te li fai bastare”. Un po’ come dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Un po’ per sfortuna, un po’ per problemi di lungo corso, il Benevento si ritrova con l’infermeria piena e un’emergenza da affrontare, soprattutto col cambio modulo che ha definitivamente archiviato il 4-3-3 (variante che si poteva prospettare comunque nella preparazione del mercato estivo). Sorgono dubbi, allora, sui lavori svolti in estate e che oggi presentano il conto salato, come fu a Perugia e anche a Sassuolo. Avvii sprint e debacle nel cuore della stagione sembrano un marchio di fabbrica del suo staff, nonostante lo stesso mister dichiari il contrario (peccato non nella classica conferenza stampa, come accade altrove). Preoccupano le ricadute così come i silenzi attorno a certi elementi per la famigerata privacy di cui godono solo gli atleti del Benevento Calcio. Peccato, però, che in campo, davanti a tutti, si vede un andirivieni di giocatori acciaccati entrare e uscire dal campo, presumendo soltanto percentuali sulla loro condizione. Maggio, Costa, Antei, Tuia, Di Chiara, Letizia, Viola, Del Pinto, Nocerino, Bukata, Insigne, Improta: sono questi gli elementi che hanno fatto e stanno facendo i conti coi problemi fisici e muscolari, ma la via della guarigione, quando sembra arrivare, ecco che si allontana di nuovo. Possibile sapere quale programma seguono questi atleti?

CUCCHIAIO E “CUCCHIARELLA”
E arriviamo probabilmente al tema più caldo di questo Day After che nel Sannio sta portando strascichi polemici non di poco conto. Coda ieri ha deciso di far ricordare la sua prima serata da capitano con una scelta che oggi, siamo sicuri, non rifarebbe. E, ancora più sicuri, crediamo che oggi risenta ancor più di ieri di questo grave errore. Parlare di superficialità è riduttivo, così come è troppo poco dire che si tratta di un errore di valutazione. In quegli undici metri, sul dischetto, si racchiudono mille pensieri ed emozioni che spesso in molti sottovalutano. È l’arte di un rigorista rendere un penalty semplice, facile da eseguire, da realizzare e da vedere. Massimo Coda non ha mai fallito un rigore da quando veste la maglia del Benevento, calciando sempre con sicurezza e precisione: rigori decisivi li ha siglati anche contro il Lecce (valso il 3-3), conto il Livorno (decisivo per l’1-0 finale) e a Carpi (per il momentaneo 2-0). La sua freddezza dal dischetto ha sempre tranquillizzato compagni, tifosi e allenatori, proprio per questo la scelta di ieri in un momento particolare come quello, risulta davvero anacronistica e spiazzante per uno come lui. Sul piano tecnico, Silvestri fa ciò che ogni portiere deve fare, ovvero destabilizzare il rigorista. Si muove, salta sul posto, col corpo simula varie direzioni verso cui tuffarsi. Alla fine, se il cucchiaio riesce bene, non è detto che il portiere ci caschi comunque. Il rigore è sbagliato innanzitutto nelle intenzioni, poi nell’esecuzione e infine nella realizzazione. Lo si può sbagliare, in tanti modi, ma non in questo. E il buon Pellè ad Euro2016 insegna. Adesso cosa si fa? Gli si butta la croce addosso? Per questo match lo si può anche capire. Per il resto sta a lui riconquistarsi la fiducia di tutti a suon di gol. Ma prima, umiltà. Concentrazione. Voglia di fare e non strafare. E imparare le lezioni, prima o poi. Vale per tutti.

IL ROSSO COSTA CARO
Andrea, purtroppo, sembra tornato quello disastroso visto in Serie A e nonostante tutto ha guadagnato la fiducia della società che lo porterà con sé in scadenza un altro anno onorando il biennale firmato a luglio 2017. Ad essere onesti l’impatto di Costa con la B è stato promettente tanto da far ricredere più di qualcuno, poi il doppio stop l’ha messo ai margini del progetto. Ieri l’ex Empoli, che sembrava una manna dal cielo per Bucchi, si rivela un boomerang letale: due interventi da giallo evitabili e altri falli commessi con ingenuità e senza esperienza. Insomma, Costa non ci mette il “mestiere”, quello dell’abile e arguto difensore. Piccinini può risultare eccessivo nel decretare l’espulsione, ma poi con Balkovec ristabilisce la parità numerica in quello che a livello arbitrale possiamo da sempre definire il campionato delle compensazioni. Insomma, anche Costa finisce nell’elenco dei suicidi calcistici del Benevento 2018/19, e non bastavano gli orrori dello scorso anno.

E AL VERONA CI PENSANO GLI ARBITRI
Oltre alle gravi pecche di un Benevento capace di far del male come sempre a se stesso, ci si mette anche la terna arbitrale a rovinare i piani alla Strega. Non che sia un attenuante soprattutto in tempo di sentenze, quasi al giro di boa, ma il grave errore del guardalinee che non vede il fuorigioco di Matos sul tiro di Di Carmine, e con la visuale scoperta, fa pendere ovviamente l’ago della bilancia in favore di un Verona affamato di punti e con Grosso sulla graticola. Ci pensa poi coda a regalare la prima imbattibilità di Silvestri in questo campionato, ma il pensiero comune resta che senza quel gol arrivato subito dopo l’espulsione di Costa o, in caso contrario, col rigore segnato da Coda, la partita sarebbe potuta tranquillamente chiudersi in parità, per via di due squadre abbottonate e col pensiero di non prenderle prima ancora di darle. Il destino e gli arbitri beffano una Strega che si sta prendendo gioco di se stessa, adesso più che mai.