“I Comitati Più Uno, fondati da Ernesto Maria Ruffini, si sono dati come mission politica fondamentale quella di costruire condizioni di maggior uguaglianza prima di tutto tra le persone”. Così Ettore Rossi, del Comitato regionale organizzativo di Più Uno della Campania.
“Una delle disuguaglianze che ipotecano in modo più incisivo il futuro della società italiana è quella intergenerazionale. I giovani – afferma Rossi – sono scarsamente considerati nelle politiche pubbliche, con riflessi molto negativi sotto l’aspetto della loro vita personale e dal punto di vista lavorativo e professionale. Da qui la scelta, anzi in molti casi la costrizione, ad andare via dai propri luoghi di origine. Questo fenomeno accade, con un’incidenza fortissima, tra i giovani del Mezzogiorno. Purtroppo, la politica di governo non mostra di percepire la gravità del problema, soprattutto per il Sud. È a rischio l’esistenza stessa di una società meridionale vitale, se le generazioni più giovani e qualificate vanno via in massa. Poiché stanno venendo meno le possibilità riproduttive delle comunità, si pone con drammatica urgenza la necessità di scelte politiche immediate e di grande respiro.
Volendo soffermarci sulla nostra Regione Campania, sono circa 65mila i giovani laureati che in dieci anni, dal 2014 al 2024, hanno lasciato il nostro territorio (Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes). I motivi principali sono le scarse opportunità lavorative di qualità, in quanto prevalgono basse retribuzioni, in condizioni spesso di precarietà e con limitati sviluppi di carriera, a cui si aggiunge la poca attrattività del territorio per i giovani più qualificati. Il 40% dei giovani occupati al Sud lavora in settori poco qualificati e con contratti precari. Purtroppo, la Campania è la regione italiana che ha la più alta emorragia di ragazze e ragazzi laureati che si trasferiscono altrove. Per quanto riguarda le province interne di Benevento e di Avellino si stima una fuga di circa 12mila giovani all’anno.
Inoltre, anche la profonda disuguaglianza di genere nel Sud – con tassi di occupazione più bassi di quelli maschili, elevati livelli di part-time involontario e lavoro povero con ampi divari retributivi – sta spingendo le giovani donne laureate ad emigrare sempre di più. Infatti, l’emigrazione è sempre più “rosa”: dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini (fonte: II Report Svimez – Save the Children). In particolare, tra le donne che partono il 70% è composto da laureate. In tutto questo, si segnala anche la mobilità dei nonni che, pur mantenendo la residenza al Sud, vanno sempre più frequentemente al Centro-Nord in aiuto dei propri figli e nipoti.
I giovani scappano ma nonostante che ciò, come società, dovrebbe allarmarci, nei fatti essi non sono presenti tra i principali problemi dell’agenda pubblica. Sono del tutto invisibili. La ragione più evidente è che siamo ripiegati sul presente senza nessuna capacità di progettare il futuro. Se i giovani non sono pensati come il motore necessario del cambiamento che dobbiamo imprimere alle dinamiche socio-economiche del nostro Paese, dove vogliamo approdare?
Il vero problema è che a decidere come costruire il domani sono generazioni adulte e anziane, mentre le nuove sono completamente tagliate fuori. La questione cruciale è come aumentare il peso politico dei giovani. Un dato è emblematico: attualmente i deputati sotto i 35 anni rappresentano solo il 7% del totale degli eletti. Si deve andare, perciò, nella direzione di creare e valorizzare spazi di partecipazione, luoghi di collaborazione intergenerazionale, incrementare sostanzialmente i capitoli di bilancio destinati alle politiche per i giovani. Probabilmente la Valutazione di impatto generazionale (Vig) per misurare gli effetti della normativa e delle politiche pubbliche, approvata di recente con la legge n. 167 del 2025, se applicata veramente potrebbe aiutare nel costruire risposte efficaci. Un test significativo è verificare quanto spazio in termini di proposte, alle prossime elezioni, sarà riservato da partiti e movimenti alle tematiche che coinvolgono i giovani. Le priorità sono più che riconosciute: formazione professionale, transizione scuola-lavoro, politiche attive del lavoro, politiche abitative, politiche di armonizzazione vita-lavoro, servizi per le famiglie, ricerca, sviluppo e innovazione. Esse dovrebbero rappresentare il cuore delle nostre scelte di sviluppo per l’avvenire, con l’obiettivo di disegnare come sarà la società italiana da qui a qualche anno.
Come sostiene il Prof. Alessandro Rosina, ordinario di demografia all’Università Cattolica, c’è bisogno di un nuovo patto generazionale che protegga di più chi cerca entrare nel sistema e non sole le generazioni mature e anziane che già sono collocate all’interno. Patto generazionale su un duplice versante, cioè nel senso di ridurre le diseguaglianze e per altro aspetto di essere abilitante al fine di porre in condizione i giovani di mettere a frutto le loro potenzialità. Ecco, allora, la necessità di attuare politiche per i giovani come presupposto imprescindibile per lo sviluppo economico e sociale dei nostri territori, proprio a partire dal Sud”.








