Ci sono libri che arrivano come una fessura. Libri che non chiedono permesso, che entrano dove il dolore si annida e ci restano, senza alleggerire ma rendendo respirabile il peso. _amamisenzapunteggiatura_ è uno di quei libri. Il 21 novembre, alle 19.15 da Mangiaparole (via Manlio Capitolino 7-8, Roma), ci sarà la sua anteprima.
È il primo esperimento poetico di Manuela Morara, un vestito che si è cucita addosso a mano, punto dopo punto, parola dopo parola, pelle dopo pelle. Ho avuto il privilegio di accompagnarla sia come editor che come curatore: il privilegio di vedere come nasce una voce quando decide davvero di mostrarsi, di raccontare non solo la superficie ma le cicatrici, le crepe, le viscere. A credere in questo esordio è Basalto Edizioni, una casa editrice che ha illuminato il mondo dell’editoria per l’infanzia e che oggi, con coraggio e visione, apre una sezione dedicata alla poesia. Un gesto che pesa: perché scegliere la poesia significa scegliere l’umano, scegliere la fragilità, scegliere un linguaggio che non vende promesse ma restituisce verità. L’uscita ufficiale del libro è prevista per i primi di dicembre; quella del 21 sarà dunque una vera anteprima, un primo incontro collettivo con un’opera che parla esattamente di questo: di amarsi, di accettarsi, di riconoscersi.
Negli ultimi mesi ho riflettuto spesso sul senso dell’accettazione. Non quella astratta, non la parola liscia che ci lanciamo addosso nei discorsi pubblici per sembrare civili, ma l’accettazione reale: quella che ci mette alla prova, che richiede fatica, che costa. Viviamo in un’epoca in cui accettare è diventato un esercizio quasi impossibile. È difficile accettare che qualcuno la pensi diversamente da noi. È difficile accettare che ci sia chi sciopera per un proprio diritto. È difficile accettare che una persona, altrove nel mondo, cerchi di vivere onestamente pur senza avere un permesso in tasca. È difficile accettare la paura dell’altro quando diventa un meccanismo istituzionale, quando interi dispositivi di controllo trattano gli esseri umani come se fossero errori amministrativi da eliminare. Ed è difficile, difficilissimo, accettare un mondo in cui alcuni popoli vivono sotto le bombe, sotto le occupazioni, dentro l’ostilità costante verso la loro esistenza. Che sia in Palestina o altrove, ci sono ferite aperte da decenni che continuano a sanguinare anche quando la parola tregua appare sui giornali.
Siamo nel tempo delle difficili accettazioni: di sé e degli altri. E proprio mentre questo accade, ci prepariamo a tuffarci nell’anestesia collettiva del Natale: le luci, il bisogno di trovare il regalo perfetto, il rifugio nelle vetrine, l’illusione di una tregua emotiva. Intanto fuori – fuori da noi – il mondo resta quello che è: un luogo in cui ci siamo abituati alla violenza, in cui abbiamo smarrito il gesto più semplice e più complesso dell’umano: riconoscersi. Viviamo chiusi in un guscio. A volte ci convinciamo che difenda; altre volte, senza accorgercene, il guscio resta vuoto e noi restiamo fuori. È la diffidenza la prima reazione, la prima lingua, il primo istinto. La vediamo ovunque, anche nei movimenti che dovrebbero custodire la nostra fiducia, anche in quei percorsi sociali e politici che nascono per liberare e finiscono invece per essere contaminati dalle stesse dinamiche di potere che dichiarano di combattere. Quando anche chi lotta per valori alti rischia di cadere nella trappola del megafono mediatico, allora torna alla mente quella frase crudele: il potere logora solo chi non ce l’ha. E allora qual è la via? Come si convive con se stessi, con gli altri, con un mondo che produce fratture più velocemente di quanto produca ponti? Forse l’unica risposta è questa: accettare la diversità. Accettare che non esiste un pensiero unico, accettare il dissenso, accettare la democrazia come processo e non come parola, accettare che scegliamo dei riferimenti e che, insieme, possiamo correggere la rotta.
Ecco perché il libro di Manuela è necessario. Perché non finge. Non adorna. Non spaccia pace quando la pace non c’è. Lei il guscio l’ha rotto davvero, e ci ha mostrato ciò che spesso nascondiamo: la sua anima, con le sue punte, i suoi nodi, le sue stanze buie e le sue luci. _amamisenzapunteggiatura_ è un invito. A spogliarsi. A guardarsi. A riconoscersi nell’altro. Per questo vi aspettiamo il 21 novembre alle 19:15 da Mangiaparole (via Manlio Capitolin, Roma). Per leggere insieme. Per parlare insieme. Per restare umani insieme, almeno per la durata di una voce che ha deciso di non avere paura.
Michele Piramide









