“Non avrei mai immaginato che sarebbe potuto accadere a noi. Guardavo le prime immagini che arrivavano dalla Cina e mai avrei pensato che potesse capitare anche a noi una cosa del genere. Non lo auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico. È un qualcosa di inspiegabile”.

Questo lo sfogo di Anna, figlia della 76enne originaria di Pago Veiano, deceduta nella giornata di mercoledì all’ospedale San Pio, ricoverata all’interno del padiglione covid allestito per gestire l’emergenza. L’anziana è l’ultima delle 12 vittime provocate dal focolaio di Villa Margherita, dov’era stata accolta per un intervento al femore nello scorso mese di marzo. Trasportata poi presso la struttura di via Pacevecchia, ritenuta necessaria l’assistenza dei medici, la signora è stata dimessa lo scorso 23 aprile, giorno del suo compleanno. Festa doppia per un ritorno a casa tanto sperato, come lo è per tutti quelli che transitano loro malgrado all’interno di un ospedale e, soprattutto di questi tempi, nella temuta e blindata area covid. Doppio tampone negativo e il via libera degli specialisti, come da prassi quando c’è bisogno di accertare una guarigione definitiva, ma che purtroppo in questo caso di definitivo ha avuto ben poco. Sono casi sporadici, in corso di analisi e di studio in questi mesi, che lasciano presupporre come il virus Sars-CoV-2 possa ripresentarsi senza che il nostro corpo crei una memoria immunitaria capace di arginare il pericolo e di annientare così l’intruso qualora tornasse a farsi vivo.

“Le condizioni sono precipitate all’improvviso, un giorno, ed erano diventate subito gravi. Purtroppo non c’è nulla da fare, non possiamo fare nulla. In questi casi siamo impotenti” è la triste ammissione della realtà di chi combatte contro un qualcosa di invisibile al fianco di chi è colpito in prima persona, divorando lo stesso un pezzo di te. “Ho le carte, i risultati dei tamponi erano negativi e non aveva più bisogno dei trattamenti ai quali era sottoposta. Era guarita e non presentava sintomi” racconta, con la mente diretta a una settimana fa, quando dopo un mese l’incubo torna a bussare alla porta, e questa volta nella sua veste più letale. Gli acciacchi e l’età hanno contribuito al resto, accanendosi sul corpo di un’anziana che ne era uscita vincitrice ma non forgiata dal dolore, poiché il covid debilita, lascia cicatrici interne profonde e i segni indistinguibili del suo passaggio. Il Sannio tutto è stato toccato dal primo caso di morte dopo una guarigione e conseguente nuova positività al coronavirus, ma ci sono risvolti ancor più pesanti che minano il campo psicologico di una famiglia già distrutta dal dolore.

“Veniamo guardati come criminali, considerati dei criminali, quando noi siamo le vittime di tutta questa situazione. Non c’è il rispetto per una persona venuta a mancare in questo modo né il rispetto per una famiglia colpita dal dolore” ha voluto dar voce alla sua sofferenza la figlia della vittima. L’urlo di disperazione è contro gli sguardi accusatori e il dito puntatore, quello dei pregiudizi e dei giudizi affrettati. Uno dei tanti risvolti negativi, nefasti e che hanno piegato la società in questi mesi di epidemia e lockdown, allo spionaggio di massa. Al dolore per la scomparsa di una madre si aggiunge il peso delle parole infelici e senza ritegno, cattiverie gratuite, dettate dal panico e dalla psicosi che genera diffidenze e dà adito alle malelingue contro gli “untori”. Anche di fronte ai drammi. “Questa è una situazione più grande di noi, non te l’aspetti” per espiare colpe che non si hanno in questi casi. Continua a ripetere “è brutto, brutto, brutto” perché altri aggettivi sono difficili da trovare, anche quando ripensa alla prima conferma di positività, avvenuta tre mesi fa. Tre mesi d’inferno e uno dei quali alla ricerca di sprazzi di vita, di parvenza di normalità per una mamma, una moglie e una nonna che non sapeva che il destino si sarebbe maledettamente accanito su di lei.

Adesso in quarantena fiduciaria, sotto stretta osservazione, l’impossibilità di non uscire e l’attesa dei tamponi. Protocolli scattati come da prassi: “Ora voglio solo stare in pace, io non ce l’ho con nessuno” ripete a più riprese Anna, che vuole soltanto insieme ai suoi familiari portarsi tutto allo spalle e provare a guardare al futuro. Poche parole, strozzate dagli eventi e dai ricordi che ti segnano per sempre. Così il virus lascia tracce di sé, per taluni evidenti e per altri intangibili, ma che accomunano chi soffre nell’anima il medesimo dolore.