Siamo tra via Antico Sannio e via Appio Claudio, in uno spiazzale intitolato al poeta delle Satire Orazio Flacco che percorse la “Regina Viarum”, la Via Appia così ribattezzata dai Romani. Le sue orme hanno solcato il Ponte Leproso, dalla tipica struttura a schiena d’asino, collegamento fondamentale sul fiume Sabato per la prosecuzione dell’antico e prestigioso asse da Roma a Brindisi.

Qui sorge la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, al suo fianco scavi autorizzati per lavori alla rete fognaria del deposito EAV. La Soprintendenza, che ha a suo carico l’area, prima di dare l’ok all’apertura del cantiere, ha ordinato dei lavori al fine di certificare la presenza o meno di reperti archeologici dall’alto valore storico. Non poteva essere altrimenti in una città che nel sottosuolo conserva strati di storia millenaria che il tempo, nonostante le calamità naturali e la mano dell’uomo, ha conservato fino ai giorni nostri. Ed è di questi giorni il rinvenimento di strutture di epoca romana e di tombe dell’epoca longobarda contenenti due scheletri che similano il gesto di un abbraccio reciproco. L’area è ora oggetto di studi e i ritrovamenti in corso di analisi approfondite: gli scavi verranno allargati per verificare l’ulteriore presenza di resti preziosi tramandati in questi secoli e perché no, portare alla luce tesori nascosti di una delle civiltà primordiali in suolo italico.

Tale rinvenimento offre uno spunto importante per portare alla memoria dei beneventani la valenza del quartiere periferico a Sud-Ovest della città: è qui che nel III secolo a.C. si estendeva l’area pianeggiante ai piedi del Sabato, il quale confluisce con il Calore dando vita alla penisola fluviale di Cellarulo. Il suo toponimo rimanda alla originaria funzione di cellarium per lo stoccaggio di merci attribuita al vicino complesso dei “Santi Quaranta”, così ribattezzato in onore dei martiri di Sebaste. Nell’area archeologica compresa tra il rione San Lorenzo e Cellarulo, ai piedi della Basilica della Madonna delle Grazie, sorgeva un criptoportico di età romana, un lungo corridoio coperto simile a una galleria, posto di fronte al Ponte Leproso e presumibilmente usato come variante al percorso originario dell’antica Appia. Il monumento nel Medioevo fu riutilizzato per costruirvi la chiesa dedicata ai santi cristiani, poi scomparsa e di cui resta soltanto il nome del sito archeologico.

Piazza Orazio Flacco, oggetto di scavi e dei nuovi rinvenimenti. All’epoca tratto dell’Appia Antica

Tornando a Cellarulo, tra il II e il IV secolo si registra la completa ruralizzazione del quartiere. La vocazione artigianale di quest’ultimo è stata evidenziata dal rinvenimento di numerosi impianti per la produzione di ceramica la cui attività ha contribuito alla formazione di significativi depositi archeologici. Era qui il fulcro all’epoca delle attività produttive del centro urbano, fungendo anche da porto per scambi commerciali sulle sponde occidentali del fiume Calore. Numerosi scavi, reperti, scritti e documenti datati confermano il grande potenziale archeologico dell’area limitrofa al quartiere periferico di Santa Clementina, un’area totalmente abbandonata dai nefasti eventi della notte del 15 ottobre 2015, quando l’alluvione travolse la parte bassa della città e portò con sé anche il Parco archeologico di Cellarulo inaugurato il 15 luglio 2010. Da allora detriti, sporcizia, incuria la fanno da padrona. Lavori di riqualificazione sospesi, sensi di marcia improvvisati e la strada che porta allo sbocco per la Tangenziale Ovest totalmente al buio al calar del sole.

Solo con il neonato Ponte Tibaldi e la valorizzazione di via Torre della Catena, la funzionalità urbanistica e il cuore della storia dell’antica Maleventum, poi rinominata dai Romani Beneventum perché di buon auspicio, sembrano ridare armonia a un connubio arte-sviluppo che spesso fa a cazzotti nel capoluogo sannita. È proprio proseguendo sulla odierna via Appio Claudio che la storia di Benevento s’interseca tra narrazioni e racconti, andando a scavare nel pieno della sua massima espansione e del suo periodo più florido, intersecandosi con quella che oggi è denominata per l’appunto via Appia, parallela alla stazione che porta il suo nome e che ripercorre il tracciato della vecchia Caudium (la nostra Montesarchio), tratto della strada costruita per volere del censore Appio Claudio Cieco. Il secciato anticamente attraversava anche Arpaia, memorabile per l’episodio delle Forche Caudine con cui i Romani sancirono la resa incondizionata nei confronti dei Sanniti.

L’attuale via Appia viene raggiunta anche attraversando la piccola via Munanzio Planco, in onore del militare e politico romano a cui fu affidato il compito di espropriare le terre beneventane per darle in premio ai veterani dopo la vittoria di una guerra. Ed è qui che, in quello che cogli anni è diventato un quartiere residenziale, è stata scoperta l’esistenza di un anfiteatro romano, sotterrato e venuto a galla nel 1985 dopo l’abbattimento di un edificio di epoca fascista. La sua esistenza risulterebbe già nel 63 d.C. poiché l’imperatore Nerone, stando a un episodio riportato da Tacito, qui assistette a uno spettacolo gladiatorio. La sua pianta ellittica ha dimensioni pari a 160 metri x 130 metri, e resti dell’edificio risulterebbero interrati sotto i binari della vicina stazione ferroviaria. Poco distante, nel quartiere storico Triggio, il più ben noto Teatro Romano, circondato dalla cinta muraria longobarda, in buono stato di conservazione e con l’intatta Port’Arsa, l’unica delle 8 porte di Benevento insieme a Port’Aurea (Arco di Traiano) a non essere stata distrutta.

Mescolanze di popoli, culture, monumenti, leggende e tradizioni, in un’unica piccola città dal rilevante peso storico: Traiano dalla porta principale di Beneventum fece costruire la variante rinominata in suo onore che giungeva fino a Brundisium. Importante centro di ricongiungimento, di base commerciale e dall’imponente traffico di merci, era il simbolo dell’espansione e dell’incontro di civiltà lontane. Un significato che soprattutto oggi non deve essere perso sulla via dello smarrimento dell’identità di un popolo e di una città dalle radici profonde e dalle ricchezze inestimabili e tante ancora da scoprire. Una mano tesa dal passato per provare a dare un’altra chance al futuro turistico-culturale della vecchia e dimenticata Maleventum.