Sono nato in provincia, precisamente a Beltiglio di Ceppaloni, ma ho sempre vissuto Benevento come la mia città, in particolare sin dal primo anno di Liceo “Rummo”, avendo come scuola i garage di Via Piermarini, per cinque anni. Ho quindi una visione sia esterna, una vista dalla provincia, sia interna alla città stessa.
Questa visione è accentuata da ricordi dell’infanzia, vivendo a poche centinaia di metri dal “Confine di Stato” presso la località Confini di San Leucio del Sannio. Ancora oggi è presente un cartello che recita appunto “CONFINE DI STATO – Regno delle Due Sicilie – Stato Pontificio – 1077 – 1860”. Ricordo ancora perfettamente quando i ragazzi di San Leucio ci appellavano come “rigniculi” (del Regno) e noi, d’altra parte, rispondevamo loro chiamandoli “papalini” (del Papa). Non sono uno storico e tantomeno un sociologo, né un antropologo, ma a un’analisi anche superficiale può risultare abbastanza chiaro che molti dei problemi dei territori possano essere collegati a una mancanza di coesione che sfocia spesso in mancanza di visione condivisa.
Ancora, in riferimento ai miei anni giovanili, ricordo spesso come sul mio diario del Liceo avessi scritto una frase che recitava “Meglio accendere una piccola fiamma che maledire l’umanità”. Ed è quello che ho sempre provato a fare. Mi definisco sovente anche un change maker, uno che cerca di operare il cambiamento. Una delle leve che ho individuato per provare a realizzarlo qui, nel nostro territorio, è proprio la costruzione di una rete che purtroppo non è sempre presente. Una rete sia orizzontale, tra persone, associazioni, aziende e istituzioni, sia verticale, realizzata collegando insieme scuola, università, enti di formazione e aziende.
Queste reti devono fare in modo che Benevento non debba chiedersi soltanto come evitare che i giovani vadano via, ma piuttosto come diventare un luogo capace di generare competenze, connessioni e fiducia. Perché il problema non è partire. Il problema è non avere motivi per restare, tornare o investire qui una parte della propria vita.
Chi come me lavora ogni giorno con i giovani vede prima degli altri il futuro che arriva, ma anche le sue fratture. Da buon informatico ho imparato a vedere i problemi con una visione sempre laterale e vedo quindi una Benevento che, non essendo una grande città, potrebbe sfruttare la sua apparente debolezza per realizzare, al contrario, un laboratorio più umano, più leggibile, più vicino alle persone.
Tuttavia, non basta parlare di sviluppo per crearlo. Non basta fare seminari, seppur di grande interesse, ma frequentati quasi esclusivamente da persone con i capelli ormai per lo più bianchi. Bisogna che si costruiscano competenze, occasioni, luoghi di incontro, comunità professionali e culturali. Proprio per questa visione, ribadisco che scuola, università, imprese, associazioni e istituzioni devono lavorare come ecosistema, non come isole. Bisogna scardinare una mentalità fatta di mancanza di propensione a costruire ponti.
Approfitto del nome della rubrica per dire che “Oltre le mura” non significa solo guardare fuori dalla città, ma uscire dalla rassegnazione, dalla nostalgia sterile e dalla convinzione che il futuro accada sempre altrove. Il futuro lo si può costruire anche qui nel Sannio e a Benevento, a patto di comprendere che la competizione non è territoriale quanto piuttosto globale.
Le aree interne non sono luoghi fuori dal futuro. Diventano tali solo quando smettono di immaginarlo e quindi di costruirlo, questo futuro, che è già presente.
CARLO MAZZONE
DOCENTE FINALISTA GLOBAL TEACHER PRIZE 2020









