Il tempo, le gambe, la testa: l’effetto Cannavaro non ha travolto la Strega

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Il peggior nemico del Benevento, ora come ora, è il tempo. Il cambio in panchina non ha ancora prodotto una vittoria, quella scappata di mano a sei minuti dal fischio finale in quel di Bolzano o quella rimandata in un pomeriggio di festa che stava per essere rovinato dal vantaggio dell’Ascoli dopo soli sei minuti. L’effetto Cannavaro non ha travolto una squadra alle prese con una condizione fisica e mentale compromessa e che si trova a fare i conti anche con diversi infortuni. Un vortice di negatività che Letizia e compagni non riescono proprio a spazzare via, in assenza della medicina perfetta rappresentata dalla vittoria. I tre punti di fatto mancano dal successo di Venezia dello scorso 3 settembre: da lì in poi la Strega ha raccolto soltanto la miseria di due punti in quattro gare (due sconfitte contro Cagliari e Brescia che hanno sancito il culmine della gestione Caserta, due pari contro Ascoli e Sudtirol che segnano l’inizio del cammino del pallone d’oro 2006 sulla panchina giallorossa).

Il tempo, ciò che richiede il tecnico napoletano, immersosi con il suo staff nei meandri dei problemi di un collettivo logoro di già nel mese di ottobre. Tanti i carichi di lavoro sulle gambe impallate dei calciatori, alcuni ancora indietro con la condizione, altri oggetto di diversi stop che ne hanno minato finora il percorso. Va da sé che i risultati, in termini di produzione di gioco e di tenuta, non possono essere immediati, ma è anche vero e l’ex Guangzhou non lo nasconde, che un successo darebbe una bella sferzata alla convalescenza dei sanniti, soprattutto sul piano psicologico. Fabio Cannavaro punta molto se non tutto sulla testa, facile intuirlo dalle prime e lunghe conferenze al timone della Strega dove si è parlato tanto di filosofia e poco di pratica, quella che spetta ai calciatori in campo. Non dispone di un certo Paulinho in mezzo al campo e il capitale umano a disposizione è quel che è, tocca dunque ridimensionarsi. Al netto delle assenze più o meno probanti, sta toccando con mano quella che è l’essenza del materiale a disposizione, scontrandosi con la realtà delle cose: concetti ai più facili, bisogna impartirli da zero.

Ecco che tocca ripartire da capo, scombussolare, instillare dogmi e dettami da assimilare, appunto col tempo. Quello che rema contro, se l’obiettivo è puntare a un campionato di vertice; quello che può essere a favore, se l’obiettivo è salvarsi senza patemi e nel frattempo valorizzare il proprio prodotto. Il 3-4-2-1 confermato nonostante l’emergenza in difesa nasce dall’esigenza di non voler cancellare quelle poche certezze ereditate dalla vecchia gestione e che il nuovo modulo aveva intaccato già all’esordio di domenica scorsa. Il punto è che mancano dei riferimenti, quale poteva essere Simy (poco reattivo davanti a Poluzzi ma capace di tenere alto il baricentro giallorosso) ma anche lo stesso Schiattarella, preferito a un Acampora che pare l’ombra di se stesso. Conveniamo con il tecnico che la rosa, tolte le defezioni, è ingiudicabile, ma le lancette non si cristallizzano e la classifica di volta in volta si aggiorna, quest’ultima con annesse relative sorprese, positive e negative: la coppia Bari-Reggina in testa, le retrocesse che rincorrono (con un Venezia in netto ritardo impelagato nei playout) e le neopromosse che stupiscono ad eccezione di un Palermo subito sgonfiatosi. Squadre cuscinetto, poi, a trovarne: Cosenza e Sudtirol si aggrappano ai playoff, segue il Modena, mentre le protagoniste della scorsa stagione (Benevento, Ascoli, Pisa e Perugia) e una sorpresa dichiarata, il Como, guardano tutti dal basso con il timore di non riuscire a risalire nonostante una classifica cortissima. Nel bene e nel male, è il bello della Serie B.

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