“Basta tagli di nastri, cuciamo camici bianchi”. Proponiamo un’alleanza tra medici e cittadini per pretendere dalla politica scelte coraggiose, investimenti sul personale e il diritto alla cura nelle aree interne.

Da anni il nostro Servizio Sanitario Nazionale vive una crisi strutturale. Non per caso, ma per scelta: un modello aziendalista esasperato ha trasformato i pazienti in “clienti” e i medici e gli infermieri in “risorse” da consumare. La pandemia ha solo accelerato un collasso già in atto, causato da dinamiche di lungo periodo: sottofinanziamento cronico, carenza drammatica di personale e tagli sistematici. Uno Stato che ha progressivamente rinunciato al suo ruolo centrale di programmazione ha finito per creare profonde disomogeneità tra le regioni. I dati Istat, d’altronde, fotografano un disastro. Nell’ultimo decennio il SSN ha perso 37 miliardi di euro, 10.000 posti letto, 70 ospedali e ben 7.000 medici di famiglia. Il risultato di questa ritirata è drammatico: nel 2024 quasi 6 milioni di italiani – il 10% della popolazione – hanno rinunciato a curarsi a causa di liste d’attesa infinite o per l’impossibilità economica di ricorrere al privato. Si tratta di un paradosso inaccettabile, anche sul piano economico: i dati Censis dimostrano infatti che ogni euro investito nella sanità pubblica ne genera due di valore per la produzione del Paese. Curare i cittadini conviene a tutti, anche all’economia.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rischia di trasformarsi in un’occasione mancata. Si finanziano strutture, si aprono cantieri, ma si ignora deliberatamente la vera emergenza: chi dovrà fare funzionare quegli spazi. Mentre i Pronto Soccorso scoppiano sotto carichi di lavoro insostenibili, la medicina del territorio è nel caos più totale.

La proposta di riorganizzazione della medicina territoriale del ministro Schillaci preoccupa profondamente. L’idea di centralizzare l’assistenza primaria colpisce nel cuore due pilastri irrinunciabili della medicina generale: la capillarità del servizio e il rapporto fiduciario tra medico e paziente.

Lo studio del medico di famiglia non è una semplice stanza con una scrivania e un lettino. È spesso l’ultimo presidio gratuito e raggiungibile a piedi in interi territori: un punto di riferimento sociale prima ancora che sanitario. Il medico di famiglia conosce le persone, le loro storie, le loro fragilità. È una memoria umana e clinica costruita nel tempo, che nessun algoritmo o struttura può replicare. Se spezziamo questo legame, non crolla solo un modello organizzativo, crolla un patto di fiducia generazionale.

La riforma, nella sua attuale impostazione, presenta almeno quattro falle sistemiche: penalizzazione geopolitica: la concentrazione nelle Case della Comunità privilegia chi vive in centri urbani, penalizzando ulteriormente le aree interne, montane e rurali, dove la distanza dai servizi è già un ostacolo reale all’accesso alle cure;
impersonalità della cura: spostare l’asse verso un modello impersonale e a rotazione rischia di disorientare soprattutto le fasce più fragili – anziani, malati cronici, pazienti con bisogni complessi – che necessitano di un riferimento stabile;
sovraffollamento ospedaliero: la medicina di prossimità è il filtro più efficace del sistema, intercetta i problemi nella fase precoce, evita accessi impropri al Pronto Soccorso e gestisce le cronicità sul territorio. Indebolire questo filtro, come già dimostrano alcune esperienze regionali, provoca un effetto valanga sui reparti ospedalieri;
assenza di investimenti sul personale: la riforma non affronta il nodo reale, ovvero la carenza strutturale di medici di medicina generale, pediatri, infermieri. Centralizzare senza assumere significa semplicemente ridistribuire la scarsità, non risolverla.

La medicina del territorio non ha bisogno di essere smantellata e ricostruita su modelli mutuati dall’efficientismo aziendale. Ha bisogno di essere potenziata, con risorse vere, professionisti motivati e tecnologie al servizio della prossimità.

Una strada alternativa è tracciata nel “Manifesto per la Salute come Bene Comune nelle Aree Interne” presentato da Osservasalute al Senato nell’ottobre 2025, documento già accolto e condiviso da diversi enti locali strategici, tra cui anche la ASL Benevento.

Il modello si basa su tre pilastri: prevenzione, equità nell’accesso alle cure, centralità della persona. In concreto, l’analisi strutturale propone: Case di Comunità rafforzate come centri sanitari multidisciplinari; farmacie rurali trasformate in hub di servizi; telemedicina per eliminare i “viaggi della speranza” anche solo per un controllo o una ricetta; incentivi reali per trattenere e attrarre medici di famiglia e pediatri nelle zone svantaggiate, insieme alla valorizzazione del Terzo Settore.

Il tutto promuovendo un’idea di benessere globale (approccio One Health) che curi il territorio partendo dall’ambiente, dagli stili di vita sani, dalle tradizioni alimentari locali e dal supporto psicologico per giovani e anziani. Non semplici buone intenzioni, ma impegni programmatici urgenti e concreti che la politica può e deve sostenere trasversalmente.

Lancio una provocazione: basta tagliare nastri, iniziamo a cucire camici bianchi. Battezziamo le nuove assunzioni di medici e infermieri, anziché muri di presidi. Senza professionisti, questi massicci investimenti strutturali rimarranno scatole vuote, cattedrali nel deserto incapaci di curare anima viva.

La priorità dei decisori politici, a livello centrale e regionale, deve essere il reclutamento. Per assumere, però, bisogna rendere nuovamente attrattivo il servizio sanitario pubblico. Questo richiede un intervento sistemico che non si fermi solo agli adeguamenti economici, ma che rivoluzioni condizioni di lavoro ormai insostenibili e logoranti. I turni attuali hanno ricadute pesantissime sulla salute degli operatori stessi, sulla sicurezza delle cure e sulla qualità percepita dai pazienti. Se vogliamo salvare la sanità pubblica, dobbiamo ripartire dal rispetto per chi la sanità la fa ogni giorno.

Dopo 19 anni, la Campania è libera dai vincoli del commissariamento. È un traguardo storico e attesissimo, raggiunto grazie al sacrificio di migliaia di professionisti che hanno tenuto in piedi il sistema in condizioni difficilissime. Ora si apre una stagione nuova. Il Governatore Roberto Fico ha il compito e la responsabilità di tradurre le promesse in fatti, a partire dalla separazione tra governance tecnica e ingerenza politica. La salute non ha colorazioni politiche. La nostra provincia, fatta di comuni montani e comunità distanti dal capoluogo, ha bisogno di un modello sanitario integrato e sostenibile. Non di demagogia.

Come Ordine dei Medici vogliamo essere la cerniera tra professionisti, cittadini e istituzioni. Rivolgo perciò un appello corale alla responsabilità: ai valori deontologici per noi medici,al senso civico per i cittadini, ai valori costituzionali per chi ci amministra.

Chiedo ai colleghi di ricostruire il patto con la cittadinanza. Chiedo ai cittadini di pretendere, con noi, risposte vere attraverso un’alleanza strategica medici/pazienti. Chiedo alla politica di smettere di trattare la sanità come una voce di spesa e iniziare a vederla come un investimento strategico per lo sviluppo economico e sociale.

Sta a tutti noi decidere se la salute rimarrà un diritto di tutti o diventerà un privilegio di pochi; se investire nella prevenzione o continuare a rincorrere le emergenze; se la nostra terra offrirà un futuro ai giovani o se li costringerà a emigrare, allargando il divario tra aree urbane e aree interne.

La scelta è ancora nostra, ma la salute non aspetta e il tempo non perdona.
Come Sanniti agiamo ora, insieme, con determinazione.
Per noi, per i nostri figli, per il nostro territorio.

LUCA MILANO
PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI BENEVENTO