Ha ragione Mario Ferraro nel chiedere una profonda riflessione sul tema del futuro della città e dello sviluppo possibile uscendo fuori dalle mura. “Oltre le mura” significa innanzitutto superare una concezione chiusa della città, ripiegata su sé stessa, incapace di leggere il proprio ruolo nel territorio più ampio che la circonda – scrive Ferraro – e quindi andare oltre il municipalismo difensivo”. Un municipalismo spesso giustificato dalla storia dell’enclave pontificia che neppure la serie A del Benevento sembrò scalfire mortificando l’idea di un territorio coeso capace di produrre sviluppo locale.

Oggi, però, mentre tutto cambia anche nell’architettura istituzionale e le presenze dello Stato in città si riducono e nella stessa Regione si ridefiniscono aree di intervento e progettazione, credo che bisogna guardare con realismo ad una area ben più vasta. La recente attenzione nazionale alle zone interne ci costringe a dare un soggetto istituzionale più utile alla sfida in atto. I vescovi hanno sottolineato la sofferenza, i ritardi, le ingiustizie e acceso i fari su una realtà fatta di denatalità e spopolamento. Vari progetti nazionali hanno drenato risorse per una prima strategia. Lo stesso volontariato con il Cesvolab ha avviato un percorso virtuoso capace di far emergere ricchezze e opportunità spesso mortificate.

Il volontariato non è stato solo presenza, ma forza trasformativa capace di unire territori, ispirare persone e immaginare un futuro fondato su dono, solidarietà e responsabilità condivisa. Un segno forte è stato il progetto di successo che ha reso queste due aree dell’interno della Campania la Capitale Italiana del Dono 2025, un’iniziativa di solidarietà e volontariato che ha unito istituzioni, associazioni e cittadini per valorizzare la generosità e le aree interne, dimostrando la forza della collaborazione tra realtà territoriali diverse ma unite da valori comuni.

Ora bisogna capire che nella competizione territoriale, necessaria a rivendicare sviluppo e infrastruttura, serve un soggetto istituzionale più forte capace di avere maggiore visibilità nella stessa Regione Campania. Allora con chiarezza possiamo investire coraggiosamente sull’unione di Sannio e Irpinia. Insieme. Questa parola sottolinea che l’unione di queste due aree, spesso percepite come marginali, può ottenere un risultato significativo. Una sfida necessaria a cui bisogna fornire un’anima e un cuore superando l’atteggiamento burocratico e difensivo che prevale nelle unioni obbligate nella pubblica amministrazione e negli altri mondi della realtà territoriale. Non subire l’unione per tagliare costi, ma per crescere e prosperare.

Le tradizionali parti sociali non sempre hanno dato buona prova, strette tra assistenzialismo e passività, come gli enti locali spoliati da tagli ai bilanci e poca qualità amministrativa. Allora si tratta di impegnare tutte le risorse vere della nuova frontiera: dal paesaggio all’energia, dall’aria e dall’acqua, ma soprattutto i tanti soggetti attivi dell’associazionismo, della cultura e del volontariato che insieme alle Università possono essere sangue e nervi di questo territorio che unirà aree di polpa e aree di osso, per ricordare Manlio Rossi Doria, e immaginare di competere in una Europa più attenta al futuro.

PASQUALE ORLANDO