Sta facendo il giro del web, raccogliendo la massima solidarietà non solo dal mondo del rugby, il racconto via social dell’atleta azzurro Maxime Mbandà. Terza linea delle Zebre di Parma, franchigia impegnata nel sociale e che si sta distinguendo per la continua promozione dei grandi valori dello sport.

Non a caso, circa una settimana fa, la società ribadiva il suo sostegno a “Le Tre Rose”, squadra di richiedenti asilo di Casale Monferrato, tramite un supporto formativo e culturale, com’è testimoniato dal sito ufficiale della franchigia parmense. E proprio a tal riguardo, riprendendo gli insulti razzisti piovuti addosso a Mario Balotelli in occasione del derby Hellas Verona-Brescia, le Zebre Rugby riproponevano un’intervista rilasciata dal loro flanker Maxime Mbandà che affermava: “Di episodi razzisti nella mia vita fortunatamente ne ho conosciuti pochi, i miei genitori mi hanno insegnato a prenderli per quello che sono e ad affrontarli col sorriso”. Un sorriso che, pochi giorni dopo, è scomparso poiché lui stesso vittima di un episodio che l’ha costretto a fermarsi a riflettere un istante in più:

“Ieri sera, dopo anni che non mi succedeva, ho subito un atto di razzismo. Giusto appunto due giorni fa, rispondendo ad una domanda, dissi che i miei genitori mi avevano insegnato sin da piccolo ad affrontare gli episodi di razzismo col sorriso, MA QUESTA VOLTA NO. Questa volta non erano frasi dette da un bambino che avrebbe potuto semplicemente ed ingenuamente ripetere ciò che poteva aver sentito da genitori, altri bambini, televisione o qualsiasi altra fonte. Sentirsi dire, da cittadino italiano e mulatto quale sono “VATTENE NEGRO DI MERDA, TORNATENE AL TUO PAESE” (parole tutte reperibili in qualsiasi dizionario Treccani), mi ha letteralmente ferito, deluso, danneggiato moralmente e mi ha fatto riflettere tutta la notte. Solitamente cerco di farmi scivolare addosso tutte quelle frasi stupide che vengono passate come barzellette o frasi scherzose riguardante i NEGRI o comunque gli immigrati in generale, MA QUESTA VOLTA NO” è questo lo sfogo social dell’azzurro che poi dichiara le sue origini sannite.

“Sono nato in Italia da una donna sannita di Pannarano, un paesino in provincia di Benevento e da un uomo congolese, venuto in questo Paese con una borsa di studio a 19 anni e diventato un Medico Chirurgo sapendo solo lui le difficoltà a cui sia andato in contro.
Sarò sempre quel “NEGRO” che alcune persone ignoranti usano con quel tono dispregiativo e sarò sempre ITALIANO, che la gente lo voglia o no. Sono fiero di essere il risultato dell’unione di due culture diverse e mi batterò sempre affinché vengano RISPETTATI I DIRITTI DI CITTADINO ITALIANO E DEL MONDO miei e di qualsiasi altra persona che abbia una storia analoga alla mia e che si possa chiamare Mario, Giulia, Juan, Xiang, Mohamed.
Spero tanto che alla persona in questione arrivi, anche solo per sbaglio, questo messaggio e che si faccia un esame di coscienza oltre che ritagliarsi qualche momento delle sue giornate per leggere ed acculturarsi per evitare di rimanere nella deficienza, intesa come difetto di preparazione scolastica”.

La macchina di solidarietà, come spesso accade dopo esternazioni così forti, si è subito propagata e anche il suo club ha voluto dichiarare il sostegno al proprio tesserato: “Dopo il triste episodio di razzismo subito ieri, tutta la #ZebreFamily è al fianco di Maxime Mbandà per ribadire con forza quanto questi atti d’ignoranza non possano essere tollerati in un paese moderno. L’esempio in campo e fuori fanno onore all’Italia ed alla tua cultura” ha scritto la società tramite i propri canali ufficiali. E probabilmente fanno più notizia le origini dell’atleta azzurro che l’ennesimo episodio di becero razzismo che, oggi più che mai, è d’attualità in qualsiasi ambito della vita del nostro Paese. E Maxime, immaginiamo con la fierezza dei nostri antenati gladiatori, ha utilizzato il rafforzativo “sannita” per identificare una donna forte come la sua terra, che gli ha trasmesso valori e insegnamenti tali da renderlo l’uomo che è oggi: un altro grande rugbista della tradizione beneventana, seppur lontano dalla nostra città, ma con il cuore e l’anima di un vero sannita che non molla e continuerà a lottare per combattere un nemico infimo e spregevole, la beata ignoranza.