Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Antonio Furno, membro del coordinamento cittadino del PD di Benevento, in merito alla situazione attuale della politica italiana e la crisi del Governo gialloverde.

L’unico partito che oggi ha una visione e un progetto per l’Italia è la Lega di Matteo Salvini, purtroppo. La Lega in questi anni, in particolare in questo ultimo anno di governo, si è costruita un’immagine di partito difensore degli interessi nazionali, vicino alle imprese e ai lavoratori, promotore della legge e dell’ordine, nemico delle élite internazionali. Sappiamo benissimo che è tutta scena, che è semplicemente l’ennesima ripetizione del modello che permise a Berlusconi di vincere le elezioni del 1994, del 2001 e del 2008. Le proposte politiche di Salvini e dei suoi “esperti” economici sono le stesse che Tremonti cercava di venderci già venti anni fa: l’Europa cattiva non ci fa crescere, la Germania ci sfrutta, quanto sono belle le micro-imprese, abbasseremo le tasse ai ricchi e saremo tutti più felici.

Però, nonostante tutto, almeno la Lega ha una visione del paese. Una visione razzista, provinciale, classista e subalterna, ma è un’idea su dove si vuole portare il paese. Un programma, ripeto per essere estremamente chiaro, che porterebbe l’Italia alla povertà, porterebbe grossi pezzi della popolazione a soffrire, e che non farebbe che accelerare il declino del paese.

Oltre a questa visione terribile e a suo modo banale, oggi non c’è nient’altro. Il modello proposto da Di Maio, Casaleggio e Grillo si è dimostrato fallimentare o irrealizzabile. Sono bastati 14 mesi di governo Conte per far capire all’elettorato che non era sufficiente avere i “portavoce” onesti al potere per risolvere la crisi del paese, che il “reddito di cittadinanza” messo in piedi dai grillini non avrebbe cancellato la povertà, e che la “democrazia diretta” non porterà la pace nel mondo.
Poi c’è il (mio) Partito Democratico a guida Zingaretti, un partito che ha perso la capacità di dettare l’agenda, che non ha più idee forti, un partito che non è in grado di dire in parole semplici e dirette cosa ne pensa dei principali dossier italiani. Nicola Zingaretti è diventato segretario del Partito Democratico dicendo che bisognava ricucire i rapporti nel partito, che era necessario includere e non escludere, e che bisognava ammettere gli errori del passato. Ma se bisogna includere il più possibile, purtroppo, si deve anche evitare di entrare nel dettaglio delle proposte, perché altrimenti nascono le divisioni, le prese di distanze e si perde la grande unità del partito. Allora si lancia una grande “Costituente delle idee”, una “Fabbrica delle idee”, un “forum”, una “fase di ascolto”, per poi ripartire dai circoli e dai territori, per ritornare tra la gente e davanti alle fabbriche, perché le parole chiave devono essere crescita, lavoro, scuola, cultura ed ambiente. Insomma, si resta tanto sul vago da non scontentare nessuno.

E ci si dimentica che quando il centro-sinistra è stato in grado di vincere le elezioni nella Seconda Repubblica, lo ha fatto grazie anche ad una serie di proposte forti, chiare e condivise: la grande sfida dell’ingresso nell’Euro nel 1996, l’abbattimento del cuneo fiscale nel 2001, le riforme nel 2014. 

Salvini sta per prendere il potere in Italia, lo farà ad ottobre o appena gli sarà concesso di andare alle elezioni, su questo immagino che nessuno abbia dubbi. Sarà un’esperienza dolorosa e rischiosa per il paese; spetta alle forze moderate e riformiste preparare una visione alternativa, che possa diventare nel più breve tempo possibile rappresentativa di una maggioranza nel paese. Come ha scritto di recente Gino Razzano, “questo PD, più che di un nuovo romanzo, ha bisogno di una nuova letteratura, ha bisogno di discutere, su idee forti e plurali”. Bisogna al più presto mettersi all’opera su questa letteratura riformista, liberale, democratica e aperta alla società. Il resto è solo tattica di corto respiro e romanzacci di quart’ordine.