Francesco Creta, nato a Telese Terme nel 1994, è curatore e storico dell’arte contemporanea. Vive e lavora a Benevento, dove da oltre un decennio porta avanti un’attività di ricerca e curatela legata soprattutto all’arte contemporanea campana e alla valorizzazione della memoria degli artisti del territorio. Dal 2026 è direttore scientifico del Museo Enologico d’Arte Contemporanea di Torrecuso e insegna Storia dell’arte al Liceo Classico “Luigi Sodo” di Cerreto Sannita. Al lavoro curatoriale affianca quello della scrittura critica e dell’educazione, in una prospettiva che mette in dialogo arte, territorio e trasmissione del sapere.
Si può vivere d’arte?
Tu hai costruito negli anni un percorso professionale dentro la ricerca, la curatela e la divulgazione. Quanto può ancora “dare pane” l’arte, soprattutto a chi oggi vuole avvicinarsi a questo mondo? E sarebbe un percorso che consiglieresti a un giovane?
Nel mondo dell’arte ci si ritrova più per un’urgenza interiore che per una scelta razionale, sapendo che in Italia i risultati arrivano tardi, quando arrivano. Io sono prima di tutto uno storico dell’arte: mi occupo di conservare e trasmettere il nostro patrimonio culturale, di far sì che gli artisti non vengano dimenticati e che il loro lavoro arrivi al pubblico più ampio possibile. È questa necessità a tenere insieme il mio percorso, fatto di più attività diverse: la collaborazione con ARCOS, volontaria fin dall’inizio e la parte che mi ha formato di più; poi le curatele esterne, le consulenze, l’insegnamento, la scrittura critica, arrivate una alla volta negli anni. Oggi la curatela non è nemmeno più l’unico sbocco per chi si occupa d’arte: c’è la progettazione culturale, ci sono i servizi educativi, c’è tutto il settore dell’economia dell’arte e dell’art advising. Sono strade diverse, ma chi le percorre lo fa sapendo che è una scelta, non un calcolo. A un giovane che vuole avvicinarsi a questo mondo direi di farlo solo se è pronto ad affrontare le difficoltà che ne conseguono.
Il Museo Enologico d’Arte Contemporanea di Torrecuso nasce dall’incontro tra arte, vino e territorio.
Da dove nasce questa idea e quale contributo può dare un’istituzione di questo tipo alla crescita culturale e sociale di un territorio come il Sannio?
Il museo di Torrecuso nasce prima di tutto da un’esigenza concreta: dare un organismo giuridico a una collezione che il Comune custodisce già da quindici anni, insieme al recupero di alcuni luoghi del centro storico. L’idea è usare questo patrimonio per creare fermento culturale, partendo da un dato di fatto: il Sannio ha già un’identità produttiva fortissima legata al vino, e quell’identità può diventare anche uno strumento culturale, non solo economico. Non vogliamo illustrare il territorio attraverso l’arte, ma far lavorare gli artisti dentro un processo che ha la sua storia e i suoi tempi, quello della vinificazione, invece che limitarsi a raccontarlo dall’esterno. Il programma che stiamo costruendo prevede una sezione permanente e un calendario di mostre temporanee aperto a ogni linguaggio artistico. La mostra in corso, Cosmogonie. Mito e materia, va già in questa direzione: lega la fondazione del museo, che non è un atto burocratico ma una scelta che identifica un luogo, all’idea di cosmogonia come formazione del mito. In un Comune piccolo un museo del genere può fare qualcosa in più della semplice offerta culturale: mettersi in dialogo con le altre realtà che lavorano già sul contemporaneo nel territorio, dare una ragione per restare o per tornare. È un lavoro lungo, il museo è ancora in fase di riconoscimento, ma la direzione è rendere Torrecuso un punto di riferimento che non dipenda solo dalla stagione delle mostre.
Curare significa anche scrivere, studiare e trasmettere conoscenza.
Quanto è importante, oggi, che chi si occupa d’arte non si limiti a produrla o organizzarla, ma senta anche la responsabilità di trasmettere il sapere e costruire nuovi strumenti di lettura per chi verrà dopo?
Sì, ed è una responsabilità che oggi sento più che mai necessaria. Il mio ruolo non è quello di protagonista ma di contenitore e amplificatore delle storie degli artisti: chi si limita a organizzare mostre, senza costruire strumenti di lettura, lascia un vuoto che qualcun altro riempie, spesso con semplificazioni. Scrivere criticamente, studiare gli artisti del territorio prima che la loro memoria si disperda, insegnare, sono facce della stessa attività. In Campania c’è una generazione di artisti della seconda metà del Novecento la cui vicenda rischia di andare perduta, non perché manchino gli studi, ma perché si rincorre troppo spesso il nuovo o il trend del momento: qui il lavoro del curatore si sovrappone a quello dello storico, e trasmettere diventa una responsabilità prima che una scelta professionale. Non separo il lavoro curatoriale da quello educativo: anche una mostra, se costruita bene, è uno strumento di trasmissione. Mi torna spesso in mente una formula che Hans Ulrich Obrist riprende in *Fare una mostra*, presa in prestito dallo storico Eric Hobsbawm, che parlava della storia come di una protesta contro la dimenticanza: credo che valga anche per il lavoro del curatore. La differenza è che l’insegnamento e la scrittura mi obbligano a rendere esplicito ciò che nella cura di una mostra può restare implicito. È un esercizio che considero indispensabile per chi lavora nel contemporaneo: non basta produrre cultura, bisogna lasciare a chi viene dopo gli strumenti per leggerla.









