Sono giorni che racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipoti. Quanti marzo nella nostra vita sono passati così, senza lasciare traccia, ma questo sarà un lungo giorno che ci accomuna, memoria di un ritiro forzato.

Avere dei ricordi in comune rende potenti i legami, trasformando questa triste vicenda in un punto di unione da Nord a Sud. Tuttavia può essere l’occasione per dedicarsi alle cose che richiedono tempo, al focolare di casa, a memorie perdute, come una vecchia ricetta nel cassetto. Il decreto “io resta a casa” cambia radicalmente abitudini e necessità, bisogna frenare l’esigenza di un abbraccio, di vedersi, ma la verità è che oggi un mancato bacio è una forma d’amore.

L’assenza è una forma di vicinanza, che ti consente di non far male al prossimo, è un modo di amare diverso, ma è anche un modo di mangiare rivoluzionato. Niente tavolate, cene a lume di candela, pizza con amici, aperitivi al tramonto. Si mangia a casa e non si invita nessuno, proprio perché gli vuoi bene. È il paradosso del coronavirus: voler bene alla comunità in sottrazione di vita vissuta insieme. Un varco che ha spezzato i nostri tempi, dove siamo sempre di fretta, fuori casa, animali sociali che non esistono senza la giungla là fuori.

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