In questi giorni mi avete trovato sulle pagine di Cronache del Sannio e sui miei canali social, dove ho condiviso un breve intervento su un tema che continua a ripresentarsi con una regolarità disarmante: la difficoltà, ancora oggi, di riconoscere il lavoro culturale come un vero lavoro.

È una questione che riguarda chi organizza festival, chi costruisce percorsi nelle scuole, chi dirige riviste, chi scrive, chi cura mostre, chi crea occasioni di confronto. In altre parole, riguarda tutti coloro che operano affinché una comunità non si limiti a esistere, ma impari a pensarsi.Ogni volta che un operatore culturale viene contattato, sembra che debba giustificare la propria esistenza professionale. Come se il tempo dedicato allo studio, alla progettazione, alla ricerca, alla costruzione di relazioni e di spazi di crescita fosse un tempo “diverso” dagli altri. Un tempo che può essere richiesto gratuitamente, perché ciò che produce non è immediatamente misurabile.

Forse il nodo è proprio questo: la cultura genera un bene immateriale. Non aggiusta un rubinetto, non redige un atto giudiziario, non prescrive una terapia, non costruisce un edificio. Eppure rende possibile qualcosa senza cui nessuna società può davvero dirsi viva: la capacità di interpretare il proprio tempo. L’arte non ci permette semplicemente di vivere. Ci permette di sopravvivere. Ci consegna una dimensione diversa del tempo, quella interiore.

È il tempo che rende ancora necessario leggere Leopardi due secoli dopo la sua morte. È il tempo della memoria che Marcel Proust trasforma in materia narrativa. È il silenzio che si impone davanti alla Guernica di Picasso, al Museo Reina Sofía, quando improvvisamente la cronaca diventa coscienza e la storia smette di essere un elenco di date per trasformarsi in esperienza umana. Quel tempo è inestimabile. Ma proprio perché è inestimabile, non può significare che chi lo rende possibile debba lavorare senza essere riconosciuto.

L’operatore culturale costruisce luoghi in cui il tempo si dilata. Luoghi nei quali una comunità può interrogarsi, mettere in discussione se stessa, immaginare il futuro. È un lavoro che produce effetti profondi, anche quando non sono immediatamente quantificabili. Eppure, nel nostro Paese, questa figura continua a occupare una posizione difficile da definire e ancora più difficile da tutelare. Ogni progetto sembra richiedere una nuova legittimazione. Ogni collaborazione diventa una trattativa in cui, prima ancora del compenso, occorre dimostrare che quel lavoro esiste davvero.

Viene inevitabilmente in mente Don Chisciotte. Solo che i mulini a vento non sono più il frutto di un’illusione. Sono ostacoli reali, disseminati lungo il percorso da una società che continua a considerare la cultura come un accessorio e non come un’infrastruttura civile. E, a differenza del cavaliere di Cervantes, spesso non c’è nemmeno un Sancho Panza a riportarci alla realtà. Ci sono, piuttosto, altri costruttori di mulini, pronti a collocarne uno nuovo ogni volta che si prova ad avanzare. A forza di combatterli, persino l’orizzonte finisce per scomparire. E diventa difficile guardare “oltre la siepe”, per usare l’immagine forse più celebre di Leopardi.

Per questo lo spazio che Cronache del Sannio mi offre non vuole essere uno spazio di lamentela. Vuole essere uno spazio di consapevolezza. Lo stesso spirito anima il lavoro che, insieme al Comune di Cautano, stiamo portando avanti con il Premio Simonetta Lamberti e con Cautano in Poesia. Colgo l’occasione per ricordare che il 15 luglio scadranno le iscrizioni al Premio e per invitare tutti a partecipare alle giornate del 7 e 8 agosto, dedicate alla poesia e alla riflessione culturale.

Con lo stesso intento, il 24 luglio, nell’ambito della Festa del Forum dei Giovani di Cautano, una parte della redazione di Cronache del Sannio prenderà parte a una tavola rotonda dedicata al ruolo del giornalismo. Anche il giornalista, in fondo, appartiene a questa famiglia di operatori culturali. Forse il suo lavoro viene riconosciuto con maggiore facilità perché lascia una traccia immediatamente visibile: un articolo, un’inchiesta, una cronaca. Ma quando si passa dall’informazione alla creazione artistica, quel riconoscimento diventa improvvisamente più fragile, quasi facoltativo. Ed è qui che occorre cambiare prospettiva. Per troppo tempo abbiamo relegato la cultura all’ultimo posto delle priorità politiche e sociali, considerandola una spesa invece che un investimento, un lusso invece che una necessità.

Eppure continuiamo a ripetere, quasi con orgoglio, che l’Italia è il Paese degli artisti, dei poeti e dei navigatori. Se davvero lo crediamo, allora dobbiamo trarne le conseguenze. L’arte non è un ornamento della società. È uno dei suoi organi vitali. Chi lavora nella cultura non produce semplicemente eventi. Produce immaginazione collettiva, memoria condivisa, capacità critica. Offre a una comunità gli strumenti per abitare il proprio tempo e, soprattutto, per immaginarne uno diverso.

Perché una società che smette di investire nella cultura finisce per ridurre i propri cittadini a ingranaggi di una macchina che continua a produrre energia senza sapere più per quale luce lo stia facendo. Ed è forse proprio questa la battaglia che oggi vale la pena combattere.