Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta dell’Avvocato del Foro di Benevento Federico Paolucci, rivolta a chi esercita la professione forense, riflettendo su quanto l’attuale emergenza sanitaria abbia acuito delle crisi già esistenti, come nel campo giudiziario.

“La deriva giudiziaria che stiamo vivendo, non può lasciarmi indifferente, seppur nella modestia del mio lignaggio forense.

L’emergenza da coronavirus ha “creato” problemi drammatici nel campo sanitario e nel pesante riverbero che ha avuto sulle vicende di vita (e di morte) dei cittadini. Negli altri settori della vita civile e sociale, non ha “creato”. Ha, semmai, “scoperchiato” il Vaso di Pandora di una nazione che già serbava in seno tutti gli ingredienti del disfacimento istituzionale, politico, economico e culturale.

Sono emerse tutte le fragilità nelle istituzioni, nel rapporto tra di esse, nel mito della “globalizzazione”, nel “mito” dell’Europa “unita”, nel regionalismo a plurima velocità, nella mercificazione della sanità e nella mai risolta e devastante contraddizione di un paese ricco di produzione e di ingegno che tuttavia muore quotidianamente di disoccupazione, tasse, burocrazia e di squilibrio territoriale. Queste lacune e contraddizioni, che meriterebbero una autonoma riflessione, sono esplose più fragorosamente a causa del virus. Il Vaso di Pandora, appunto.

Ma, tornando alla nostra (una volta) nobile professione, c’è un altro vaso che rappresenta al meglio la pesante e triste situazione che viviamo: il vaso di “coccio”. Schiacciati tra una delegittimazione profonda dal basso (la considerazione dei cittadini e dell’utenza) ed una mortificazione quotidiana dall’altro (parte della magistratura, politica, macchina organizzativa della giustizia), viviamo una situazione di impotenza che nasce da una progressiva e costante demolizione dell’essenza dei principi costituzionali. Nel campo della giustizia (volutamente riportata in minuscolo), il declino è di gran lunga precedente al virus. Ed oggi si aggiunge, in questa scia, una pesante mortificazione di tali principi nei provvedimenti del Governo, come hanno avuto modo di rilevare insigni costituzionalisti e giuristi.

Senza indugiare sulla fine della democrazia e sulla crisi della cittadinanza (la letteratura è troppo vasta) e, per restare all’ambito forense, la demolizione della giustizia va da anni di pari passo con l’annichilimento della dignità del cittadino e, per ciò che ci riguarda come avvocati (penalisti, nel mio caso, ma non solo), travolge in maniera profonda la dignità, il ruolo, la funzione professionale.

Non è necessario elencare le questioni che quotidianamente “picconano” i diritti  e la funzione dell’avvocato. La vicenda della prescrizione (che è solo la punta dell’iceberg di questa dinamica distruttiva) mi porta a ritenere che è ormai desueta la divaricazione classica tra garantisti e giustizialisti. Che, una volta, dibattevano sulla certezza della pena.

Oggi è in discussione la vita e la certezza del diritto. E, quindi, il rispetto della Costituzione (che ancora scrivo con il maiuscolo, solo per esorcizzare il timore della sua ormai conclamata estinzione di fatto). Oggi la divaricazione è tra chi è in Buona Fede e chi è Bonafede. Di mezzo, non c’è solo una “u”.

Purtroppo non abbiamo una tradizione “rivoluzionaria”, come i nostri cugini transalpini. Peraltro, la stessa parola rivoluzione è stata ormai espunta dal dibattito politico ed ideologico, come ha fatto notare Giulio Giorello in una recente opera. E, tuttavia, la assenza della prospettiva rivoluzionaria porta nel cittadino, nel professionista, nell’uomo in genere, la fine della speranza di un “mondo migliore”.

Nel vestire la Toga (qui il maiuscolo è per rispetto al passato), abbiamo giurato sulla dignità della professione forense e sulla sua funzione sociale, ci siamo impegnati alla lealtà, all’onore ed alla diligenza verso doveri della professione, nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”. E, quindi, seppur colpevolmente implicito, il richiamo è in primis alla Costituzione.

Stretto e costretto tra l’inutilità del ruolo e l’impossibilità di tener fede al giuramento, additato come sanguisuga dello Stato “a piè di lista”, logorato nell’immagine e nella funzione (calpestate dal basso e dall’alto), privo della prospettiva rivoluzionaria, il baratro per l’avvocato è ormai agghiacciante realtà, è non basterà cambiare una “g” per sanare il salto nel vuoto che abbiamo fatto da-Vico (Giambattista) a Davigo.

Nè la meritoria battaglia quotidiana dei nostri rappresentanti ed, in primis, della Unione Camere Penali Italiane, riesce purtroppo a riportare l’assetto della giustizia e del nostro ruolo entro limiti accettabili di civiltà giuridica, umana, sociale e organizzativa. Siamo ormai “remoti”, per la solitudine che ci ha confinato in questo baratro. Ma mortificare la classe forense, significa precludere la speranza del cittadino di vedere tutelati i propri diritti. Gli avvocati non possono restare inermi, salvo cedere alla tentazione di abbandonare un lavoro che è qualcosa in più, una missione.  E, una volta tanto, i cittadini dovrebbero schierarsi al fianco degli avvocati. E se si mortifica la classe forense, perderanno tutti, perché anche i cittadini resteranno senza tutele. La ribellione è un obbligo morale ed è la strada obbligata se si vuol tenere fede al giuramento di difendere i principi costituzionali”.