Oggi nuovo appuntamento con “Stregonerie – Premio Strega tutto l’anno”, a cura di Melania Petriello ed Isabella Pedicini, la kermesse letteraria che ripercorre le opere vincitrici del premio Strega, in sinergia con Strega Alberti e la fondazione Bellonci. Lo speciale di oggi è stato dedicato a Goffredo Parise che, con il Sillabario n. 2, vinse l’ambito premio letterario nel 1982.

L’opera contiene una serie di racconti, disposti in ordine alfabetico, partendo da parole come fascino, libertà, mare, sogno, solitudine. Parole essenziali che hanno lasciato un segno in ognuno di noi, Parise avevo viaggiato nel mondo e aveva purtroppo visto orrori e violenze, in uno scenario mondiale politoco rovente. In una vita che diventava per tutti sempre più difficile, il suo voleva essere un ritorno all’essenzialità. Lui stesso affermò:”Gli uomini di oggi hanno bisogno più di emozioni che di ideologie”.

Il sillabario si conclude con la parola solitudine, a volte macigno, a volte liberazione nell’esistenza di ogni essere umano. Affermò che non aveva scritto delle ultime lettere alfabetiche, in quanto la poesia lo aveva abbandonato, perché come la vita, come l’amore va e viene e non è possible trattenerla.

D’altronde sua è la celebre frase “Non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo e mi fanno perdere anche un solo secondo di vita” a dimostrazione della sua fame di vita, saziata dalle parole. Presente all’evento la sociolinguista Vera Gheno autrice della “Guida pratica all’italiano scritto”, la lingua italiana difatti è un inestimabile patrimonio da tutelare.

All’epoca dell’italiano scritto ai tempi dei social, la sua difesa diventa ancora più importante e per niente scontata, l’ortografia non è dettaglio, ma senza diventare “grammar nazi” come dice la stessa Gheno. Una parola importante per Vera Gheno è “petaloso” coniata da un bambino che le ha dato un ulteriore modo di porre attenzione sull’importanza delle parole.

Oltre alla book blogger Federica Scerbo, presente Matteo Bianchi autore del nuovo dizionario affettivo della lingua italiana. Lo scrittore ha chiesto a diversi colleghi, la loro parola del cuore, con annessa definizione. In ogni definizione una visione, un ricordo, un sentimento, perché le parole non sono mai solo parole, non sono mai vuote ma sempre dense di vita, amore, dolore, anima. Per Bianchi una parola a lui cara è “corrispondenza”, una forma di comunicazione ad oggi quasi in disuso, che porta con sé un sentimento di nostalgia.

Le curatrici dell’evento, Melania Petriello ed Isabella Pedicini, come parola del cuore hanno scelto cura e dopodichè. Cura, ha spiegato la Petriello, perchè in essa sono racchiusi tutti gli altri sentimenti ed è un atto di generosità verso se stessi e gli altri. Per la Pedicini, dopodichè è un parola che racchiude un ricordo da bambina.

Una parole decisiva , tratta dal libro di Bianchi, è sicuramente amare di Daniela Gambino.

“Amare e una grandissima manifestazione di libertà . Forse l’ultima che c’è rimasta. Ogni volta che si ama si abbatte un muro di omertosa indifferenza , verso gli altri e soprattutto verso se stessi, verso la vulnerabiltà del proprio corpo mortale , guscio dell’anima fragile , verso la sua richiesta, precisa e spiazzante: “Ama, opponiti al dolore, ferma tutto questo“. Amare non è un atto di generosità , non è apppoggiarsi all’ altro, amare è un atto di orgogliosa rivoluzione “

Nel bene e nel male le parole ci cambiano e la scrittura resta l’eterno modo per non dimenticarsene.