Lo studio della Uil sulle ispezioni nelle aziende con dipendenti, in aumento le attività non registrate

s-angelo-2015Il fenomeno del lavoro “non regolare”, “irregolare” o “in nero” è notoriamente una condizione patologica che caratterizza il nostro Paese. È in piena e inevitabile sintonia con il più vasto tema dell’economia sommersa o irregolare che, stando agli ultimi dati dell’Istat, riferiti all’anno 2014, vale 211 miliardi di euro. L’economia sommersa da lavoro irregolare vale 77,2 miliardi di euro (con un’incidenza del 36,5%), in crescita anno dopo anno. In una realtà, come quella italiana, dove i margini di intervento pubblico a sostegno dell’economia, del welfare e degli investimenti, sono limitatissimi, causa i vincoli europei e l’alto debito pubblico, è doppiamente delittuoso che si consideri come una fatalità convivere con “il non rispetto delle regole nel mondo del lavoro”. Doppiamente, sia per i danni all’intero sistema economico e sociale sia, e il fatto è ancor più grave, per il danno alle persone colpite in termini di reddito, tutele sociali e, soprattutto, perdita di dignità. Non è sufficiente la considerazione che il relativamente basso tasso di occupazione del nostro Paese (circa il 57%) non fotografi la reale condizione del lavoro, in quanto decine o centinaia di migliaia di persone hanno un reddito da attività non “registrata”. Lo studio della Uil sul lavoro irregolare, elaborato sui dati delle attività ispettive dal 2006 al 2016 del Ministero del Lavoro e dell’Inps, certifica che rispetto al 1.464.275 aziende private con dipendenti sono state ispezionate nel 2015 142.618 aziende con una percentuale del 9,7%, che in Campania diventa il 10% (13.541 controlli su 135.875 imprese con lavoratori). Nello studio non sono ricomprese le regioni Trentino-Alto Adige e Sicilia.
“L’importanza e l’efficienza delle ispezioni sul lavoro – dichiara Fioravante Bosco (Uil Av/Bn) – non sono solo a garanzia della tutela dei diritti del singolo, ma hanno una portata ben più ampia che si spinge sino alla tutela dei diritti della collettività. Dal lavoro in nero e irregolare deriva la perdita di tutele lavorative e pensionistiche per il lavoratore che ne è interessato, ma anche un aggravio di imposizione fiscale per la collettività e, sul fronte delle imprese, una perdita di competitività di quelle virtuose a causa del dumping da concorrenza sleale di quelle che violano leggi e contratti collettivi”.

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