Foto LaPresse
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Il caso Lucioni, per quanto nei particolari possa differenziarsi dagli altri, non si discosta di molto da quanto accaduto a diversi atleti invischiati in vicende da tribunale antidoping: il TNA si è pronunciato nel tardo pomeriggio, dopo un dibattimento iniziato alle ore 15, su Fabio Lucioni, capitano del Benevento, e Walter Giorgione, medico sociale della Strega. Riconosciuta la responsabilità principale del medico, che dovrà scontare quattro anni di inibizione, Lucioni non l’ha scampata: un anno, confermata la pena come richiesto. Dopo i tre mesi trascorsi al di fuori del campo e una parentesi di tre partite, il destino dello “Zio” oggi è diventato più chiaro: il suo rientro è previsto per ottobre, nove mesi fuori che si aggiungono ai tre di sospensione già scontati. I due, assistiti da Sticchi Damiani, Chiacchio e Sguera, hanno annunciato ricorso ma, per onestà intellettuale, serviva un miracolo affinché il capitano la scampasse. Si può dibattere sul fatto che un calciatore non sappia le proprietà mediche di uno spray o di una pomata, si può dibattere su chi abbia commesso l’errore, sul fatto che Lucioni non ne fosse a conoscenza, ma purtroppo per i calciatori, nonché per i medici (che a prescindere devono conoscere la natura di un prodotto), c’è un regolamento che parla chiaro: dodici mesi di sospensione per negligenza. Dunque, un comportamento, voluto o no, non ammesso, che esso sia intenzionale o non voluto, che abbia integrità morale o meno, a livello giuridico Lucioni ha commesso indirettamente un errore non ammesso in Serie A. Per il Benevento non è un’ottima notizia, che si ripercuote soprattutto sul mercato, alla ricerca di un rimpiazzo, introvabile, del capitano insostituibile.