C’era una volta la consuetudine di raccontare favole e fiabe ai bambini: prima di andare a dormire per favorire sonni tranquilli, nei momenti difficili per rasserenare, a scuola per fornire chiavi di lettura della realtà e suggerire i comportamenti da evitare e quelli da emulare.

Favola e fiaba hanno origini antichissime. Là dove le favole hanno lo scopo di evidenziare e colpire i comportamenti morali e sociali degli esseri umani, le fiabe racchiudono le innumerevoli sfaccettature della vita dell’uomo e forniscono “istruzioni” per vivere.

Favole e fiabe sono patrimonio di conoscenze, serbatoi di saggezza popolare per ogni età: le prime utilizzano l’analogia tra l’uomo e l’animale come strumento conoscitivo per spiegare con semplicità la complessità: attraverso la voce di animali parlanti che incarnano virtù e vizi umani, da una parte ridicolizzano e criticano i più comuni difetti degli uomini – la prepotenza, la vanità, la stupidità, la meschinità – dall’altra propongono modelli di comportamento esemplare e trasmettono insegnamenti e valori in maniera chiara e esplicita. Le fiabe, le cui vicende si svolgono in un tempo e un luogo indefiniti e indeterminati, incentrate su eventi straordinari, magici e su personaggi fantastici (spiriti, dèmoni, fate, streghe), sottintendono un intento formativo e di crescita morale, veicolando valori e idee come la generosità verso gli umili, il coraggio nelle difficoltà, la determinazione nel perseguire un desiderio, la possibilità di redimersi, l’impegno nel migliorare se stessi, la fiducia nel trionfo della giustizia e del bene.

ORIGINI DELLA FAVOLA E SUA EVOLUZIONE NEL TEMPO

In Oriente, la più antica raccolta di favole è il Panchatantra, un’opera di settanta testi con protagonisti gli animali più svariati. Da ricordare, poi, un celebre apologo diffuso in Egitto, narrato da Tito Livio, Il racconto dello stomaco e delle membra, grazie al quale Menenio Agrippa ottenne la riconciliazione tra patrizi e plebei dopo la secessione della plebe sull’Aventino (494 a.C.).   

Nel mondo greco troviamo le prime favole in Esiodo, inserite come brevi digressioni all’interno del poema Le opere e i giorni. Iniziatore del genere è lo scrittore greco Esopo (VI sec. a.C.), modello ripreso da molti autori dei secoli successivi. Nell’antica Roma il più famoso favolista è Fedro (I sec. d.C.), col quale la favola acquista una dimensione autonoma e una specifica forma poetica. L’idea di volgere in poesia le favole di Esopo in realtà non era nuova: secondo il racconto di Platone (Fedone) Socrate stesso in carcere avrebbe versificato favole di Esopo. Ma l’iniziativa di comporre una raccolta organica di favole poetiche appartiene a Fedro, fondatore di un genere nuovo, molto coltivato nella letteratura latina. Si ricordino, in proposito, le favole di Orazio La rana e il bue, Il cavallo e il cervo, La volpe e il corvo e la celeberrima Il topo di città e il topo di campagna, esaltazione della vita sobria e tranquilla. Nei secoli successivi la favola ha mantenuto la sua vitalità nella cultura europea: nel Medioevo è stata strumento di diffusione di insegnamenti morali; nel Settecento ha avuto la sua massima espressione con autori illustri come Lessing in Germania e La Fontaine in Francia; nel Novecento si è imposta all’attenzione del pubblico con il poeta dialettale Trilussa, i cui testi, in versi e in romanesco, richiamano la favola antica per lo spirito di critica sferzante della vita sociale. Nel XX secolo, tra gli scrittori di narrazioni che si possono accostare al genere favolistico si ricordano il francese Saint-Exupéry, autore del capolavoro Il piccolo principe, lo statunitense Richard Bach con Il gabbiano Jonathan Livingston e il cileno Luis Sepulveda con Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, affascinanti favole moderne che si appellano alla coscienza di tutti perché trattano di problematiche del nostro tempo e della nostra società.

ORIGINI DELLA FIABA E SUA EVOLUZIONE NELTEMPO

Quanto alla fiaba, essa nasce probabilmente in età preistorica, nella zona centrale dell’India, dove si svilupparono le prime civiltà.  Il linguista russo Vladimir Propp, studioso delle narrazioni fiabesche, ha rilevato uno stretto legame tra le fiabe e i riti di iniziazione, con cui nelle società primitive, attraverso una serie di prove, veniva celebrato il passaggio degli adolescenti dall’infanzia all’età adulta. L’antropologo Claude Levi-Strauss, nel sottolineare la stretta relazione tra mito e fiaba, ha affermato la loro inseparabilità; ciò che è mito in una società diventa fiaba in un’altra.

Destinate inizialmente alla trasmissione orale, le fiabe sono state fissate nella scrittura in tempi relativamente recenti. Tra gli scrittori che hanno trasformato in testi letterari il patrimonio fiabesco prodotto dalla tradizione si ricordano: nel Settecento, Giambattista Basile, autore dell’opera Lo cunto de li cunti, raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana, e il francese Perrault, con i suoi Racconti di Mamma Oca; nell’Ottocento spiccano i nomi dei fratelli Grimm, che resero famose numerose fiabe della tradizione germanica, come Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto rosso, Il gatto con gli stivali, Pollicino, mentre il danese H.C.Andersen conquistava lettori di ogni età, dai più piccoli ai più grandi, con fiabe come La sirenetta, Il brutto anatroccolo, I vestiti nuovi dell’imperatore. In Italia grande successo conobbe un’opera che divenne subito un famosissimo best seller della letteratura per l’infanzia, Le avventure di Pinocchio di Collodi. Nel Novecento campeggiano l’irlandese W.B.Yeats, che raccoglie numerose fiabe tradizionali, popolate da folletti, streghe, figure demoniache, e i nostri Gianni Rodari, scrittore di racconti per l’infanzia insignito del prestigioso premio Hans Christian Andersen, e Italo Calvino, autore, tra l’altro, di una raccolta di fiabe provenienti dalle diverse regioni italiane e tradotte dal dialetto nella lingua nazionale.

L’ADERENZA ALLA REALTA’ DI FAVOLE E FIABE

Abituati a considerare favole e fiabe racconti di fantasia destinati esclusivamente ai bambini, trascuriamo un aspetto di fondamentale importanza nell’interpretazione di questi testi, il cui valore polisemico è fuori di dubbio: la forte carica di aderenza alla realtà e al senso comune.

Esse giungono alla realtà attraverso archetipi, tra i quali il nostro immaginario attinge le sue radici (C.G.Jung). Animali umanizzati e personaggi soprannaturali sono portatori del quotidiano, evocano esperienze reali o possibili nella vita di noi tutti. Queste narrazioni offrono in una forma mascherata nuclei generativi di sapere; considerate oltre la lettera, nonostante il loro carattere irreale, forniscono strumenti duttili per decodificare la realtà e darne un’interpretazione libera, personale, non filtrata da ideologie o piegata agli interessi di visioni parziali e di parte, non bloccata nell’hic et nunc, ma proiettata nella dimensione dell’oltre il fatto in sé. Da una vicenda di fantasia si può arrivare a inquadrare eventi, comportamenti, fenomeni, problemi in categorie generali, universali; e questa capacità di favole e fiabe di generare pensiero e riflessione critica vale per bambini, adolescenti e adulti. Di seguito qualche esempio.

GLI INSEGNAMENTI DELLE FAVOLE

Le favole di Esopo mettono in evidenza vizi, difetti e debolezze, attraverso animali i cui comportamenti riflettono quelli degli esseri umani, e uomini identificati, in genere, dalla loro professione. Nella favola Il corvo e la volpe, i due animali sono simboli rispettivamente della vanità e dell’astuzia. In poche battute la morale: come il corvo viene raggirato dalla volpe, così certi uomini, lusingati nella loro vanità, cadono facilmente nei tranelli preparati dai furbi.

Nelle favole di Fedro, i protagonisti, perlopiù animali, sono allegorie di tipi umani; dietro la volpe c’è l’uomo astuto, il lupo è l’uomo prepotente, l’agnello è la povera vittima. Nelle sue favole lo scrittore latino dà voce a chi non ha voce: i più deboli, gli emarginati, i ceti inferiori, costretti a vivere in una condizione subalterna. Tale scelta, già praticata da Esopo, tradisce la determinazione di chi non si rassegna a tacere; pur non presentando un’istanza concreta di riforma, il liberto Fedro sente il dovere morale di promuovere consapevolezza e spirito critico in coloro che soggiacciono ai soprusi dei prepotenti e soccombono in una società dominata da uomini astuti e violenti. Emblematica del rapporto tra umili e potenti è la favola Lupus et agnus, nella quale è enunciata l’ingiusta legge del più forte in termini rimasti proverbiali, associando il lupo al tipo umano dell’oppressore e l’agnello alla vittima innocente: uno sguardo lucido, disincantato sul reale, che emerge senza forzature, con limpida semplicità.

In epoca moderna bellissima e densa di significato è la favola di R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, che narra di un gabbiano diverso dagli altri, allontanato dal suo stormo perché considerato troppo spericolato. Il gabbiano Jonathan vola non per procurarsi il cibo, ma per la passione del volo in sé, per obbedire alla propria legge interiore.

Il messaggio della favola è di struggente poesia: volare è espressione di libertà, desiderio di una vita piena e autentica, è non accontentarsi, ma ricercare la perfezione per non tradire quell’aspirazione al bello, al buono e al giusto che abbiamo dentro di noi, fiduciosi che il desiderio interiore di bellezza trovi una corrispondenza all’esterno, anche se il motore di tutto sembra essere un’ignobile meschinità.

Una favola per lettori di tutte le età è Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza di Luis Sepulveda: la protagonista è una lumaca che, nonostante la disapprovazione delle compagne, intraprende un viaggio che la trasformerà. Comprenderà il valore della memoria, della ribellione come condizione necessaria per la conoscenza, presupposto, a sua volta, della consapevolezza di sé; capirà l’importanza del coraggio delle proprie scelte, dell’anticonformismo in un mondo dominato dall’omologazione; imparerà la disponibilità ad aprirsi ad altre realtà, la determinazione di rallentare, onde evitare che tutto svanisca e perda di significato.

Il messaggio dell’autore è provocatorio e controcorrente: bisogna riscoprire la lentezza per non farci schiacciare dal mondo odierno, dominato da ansia e velocità.

LA GRANDE LEZIONE DELLE FIABE

Considerando la letteratura fiabesca, di profonda significatività è Il brutto anatroccolo, storia di un’ingiusta sopraffazione e di un’arroganza basata sui pregiudizi.       

Una grande lezione ci viene da una sgradevole bestiolina, un anatroccolo, diverso dagli altri, disprezzato, emarginato, ritenuto inferiore a causa del suo aspetto fisico. In realtà l’anatroccolo ha una natura di cigno, per la quale sarà ammirato quando essa si manifesterà lontano dal gretto pollaio. Da anatroccolo reietto a magnifico cigno, la fiaba ci induce a riflettere su quanto sia sbagliato e ingannevole giudicare per miopi pregiudizi e in base alle apparenze; ciò che conta sono i valori realmente posseduti che emergono a tempo debito e nell’ambiente più idoneo. 

Poi c’è Pinocchio, il burattino simbolo dell’avventura umana fuori dell’istituzione, in un mondo dominato da insidie, tentazioni e inganni. Ferma restando la difficoltà di definire la natura dell’opera – una favola, una fiaba, un romanzo di formazione, un romanzo realistico, una narrazione avventurosa e fantastica – quella di Pinocchio è la vicenda di un monello che non vuole diventare come lo vogliono gli adulti. Lungi da qualsiasi istanza idealizzante, la lezione educativa contenuta nell’opera di Collodi si basa sull’invito a far prevalere il senso del dovere sul desiderio di un piacere senza responsabilità, lavoro e sacrificio. E’ in una morale senza moralismo la forza della storia di questo pezzo di legno che si fa uomo, al termine di un percorso pieno di errori e contraddizioni, come quelli di ogni essere umano, con le sue debolezze e le sue aspirazioni. 

Una riflessione sul potere può derivare dalla fiaba di H.C. Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore. Protagonista è un re vanitoso truffato da due imbroglioni che si spacciano per esperti tessitori. Il sovrano avrà un abito cucito con una stoffa speciale, invisibile agli stolti e agli indegni: questa la truffa dei due impostori. Ciambellani, cortigiani e il re stesso lodano la magnificenza del tessuto, in realtà inesistente, perché nessuno osa ammettere la propria indegnità, finché un bambino, con disarmante candore, durante la sfilata per le vie della città, esclama: «il re è nudo!». Soltanto chi sa guardare alle cose al di là delle apparenze può smascherare l’inganno e svelare la verità.

Una fiaba che ci insegna, dunque, a considerare con occhio critico la figura del re, rapportabile ai potenti delle moderne organizzazioni. Solo, con il suo potere, circondato da collaboratori il più delle volte insinceri e frustrati da una condizione di soggezione gerarchica, il “re”, privo di verifiche concrete sui suoi comportamenti, è esposto al rischio di diventare arrogante e narcisista in assenza di una figura che funga da coscienza critica e gli ricordi la natura mondana e provvisoria del suo potere.

Di forte impatto sul pubblico, sia giovane che adulto, è l’opera di A. de Saint-Exupéry Il piccolo principe, che dietro la veste fiabesca affronta tematiche profonde, come l’amicizia, la purezza della fanciullezza, l’amore, il senso della vita, il mistero del divino, la morte. Ogni personaggio rappresenta uno stereotipo comportamentale: troviamo un re autoritario bramoso di potere, un noioso narcisista, un burocrate incapace di fare a meno di inutili regole, un incorreggibile ubriaco, un uomo d’affari schiavo del denaro, un geografo ignaro del proprio pianeta. E poi c’è lui, il piccolo principe, sensibile, coraggioso e solitario: col suo punto di vista sincero e illuminante sulla vita, simboleggia la capacità del bambino, atrofizzata nell’adulto, di guardare la realtà con curiosità ingenua e immaginazione e con occhi capaci di vedere oltre la contingenza. Il messaggio: si è determinati nel carattere dalle occupazioni che si svolgono e da queste si viene allontanati da ciò che conta realmente nella vita. Solo preservando e mantenendo uno sguardo puro sul mondo si può dare un senso alla propria esistenza e recuperare i valori più profondamente umani, perché «… non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

Un invito alla moderazione, alla lealtà e al buon senso scaturisce dalla fiaba L’anello magico di Italo Calvino: un anello magico, un cane e un gatto sono la ricompensa di un atto di generosità compiuto da un giovane poverissimo. L’autore ci offre un punto di vista inedito sul rapporto tra i due animali i quali collaborano tra loro e con il padrone, grazie anche alla saggezza di quest’ultimo. La ricchezza non gli dà alla testa: il ragazzo, infatti, non abusa del potere straordinario di cui dispone e si gode le gioie della natura. La moglie, invece, avida e infida, finisce col morire di fame. La morale – la generosità è ricompensata, la slealtà è punita – com’è nello stile di Calvino, non è forzata, ingombrante o eccessiva, ma si ricava dalle vicende stesse, attraverso il comportamento dei personaggi.

UN MODO DI DIRE DA REINTERPRETARE: “CREDERE ALLE FAVOLE”

Dopo quest’ampia carrellata, che non esaurisce comunque tutto il patrimonio favolistico e fiabesco che abbiamo a disposizione, alcune considerazioni finali:

per una comprensione lucida, limpida del mondo reale, volgiamo lo sguardo alla dimensione irreale e simbolica di favole e fiabe: esse fingono, ma non mentono. E’ da lì che possiamo ricavare gli strumenti necessari per leggere in maniera libera e attenta il mondo che ci circonda, con quello spirito critico indispensabile per conservare un atteggiamento sereno e onesto nella decodifica dei fatti. Nell’irrealtà di una favola o una fiaba è celata la verità della vita; in effetti la verità non è nascosta, ma va scoperta e colta in situazioni e personaggi, costringendoci a non distrarci e a impegnarci in una continua ricerca di significati. Altro che svago: la lettura di favole e fiabe, così come la visione di trasposizioni cinematografiche delle stesse, richiede il nostro coinvolgimento attivo, dal momento che siamo chiamati a collaborare alla ricostruzione del significato di ciò che stiamo leggendo o vedendo.

Favole e fiabe hanno, inoltre, un alto valore etico, in quanto comportano l’assunzione di un punto di vista diverso da quello umano e l’abbandono della pretesa di centralità e assolutezza che l’uomo, per sua natura egocentrico e egoista, si porta dentro.

Sarebbe dunque da reinterpretare quel modo di dire, così spesso tirato in ballo, secondo cui credere alle favole significhi dar credito a fandonie e sia inclinazione propria delle persone ingenue, infantili e sprovvedute. Favole e fiabe hanno il potere di attraversare il tempo, raccontano la nostra storia, quindi qualcosa che il nostro animo è in grado di riconoscere come vero, racchiudono insegnamenti di saggezza pratica.    

Leggiamo favole, “crediamo alle favole”: ci insegnano a comprendere e vivere meglio la realtà, perché raccontano verità. Ed è in questa capacità rivelatrice che si custodisce la loro cifra, quella di essere vere e aderenti alla realtà.

Nunzia Campanelli