Professore, docente, scrittore, saggista, poeta, promotore culturale, cittadino impegnato. . Racchiudere Nicola Sguera in una sola definizione è probabilmente impossibile. La sua biografia restituisce il ritratto di un’anima poliedrica, attraversata da una necessità costante: lasciare un segno e trasformare il pensiero in un gesto di condivisione.
Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo tra i banchi del liceo sa che la sua attività non si esaurisce nell’insegnamento, ma si estende a un’idea più ampia di formazione, intesa come esercizio quotidiano di responsabilità civile, culturale e umana.
Le sue parole abitano territori differenti: la filosofia, la poesia, la narrativa, la saggistica, l’impegno pubblico e politico. Eppure, tutte queste esperienze sembrano convergere verso una stessa domanda: quale può essere oggi il ruolo di chi sceglie di educare, di scrivere e di prendere posizione nel mondo?
Da ex allievo, prima ancora che da intervistatore, vorrei partire proprio da qui.
Professore, se dovessimo individuare il tratto più identitario del suo percorso, probabilmente molti penserebbero alla figura del docente. Oggi quanto è fondamentale il ruolo dell’insegnante nella formazione delle nuove generazioni? E soprattutto, ritiene che la scuola e i docenti dispongano ancora degli strumenti adeguati per svolgere questa funzione o, nel corso degli anni, la loro figura è stata progressivamente delegittimata, sia sul piano sociale sia su quello istituzionale?
Il ruolo resta fondamentale, malgrado la delegittimazione cui il docente è stato sottoposto da almeno un trentennio. Mi sono illuso, con Morin, che la scuola potesse essere il motore del cambiamento, ora credo che sia specchio di un tempo in cui il denaro è unico valore universale. Dunque, al bravo docente non resta che coltivare i propri allievi negli interstizi che un sistema sempre più burocratico funzionale alla creazione di consumatori/lavoratori acritici lascia.
La sua produzione attraversa la saggistica, la poesia, il racconto, il romanzo e la riflessione filosofica. Si ha quasi l’impressione che esista una necessità profonda di esprimersi attraverso linguaggi diversi, come se ogni forma di scrittura rispondesse a un’esigenza specifica. Se dovesse rispondere a una domanda tanto semplice quanto complessa, chi è Nicola Sguera oggi, nel 2026? Qual è il filo invisibile che unisce tutte queste sue molteplici forme di espressione?
Direi la ricerca della sensatezza dell’esistenza. Mi sento un “homo viator”, un cercatore che utilizza la scrittura come una sorta di “diario” di questa inesausta ricerca. E, dunque, tutte le mie scritture, quelle più intime, i versi, i racconti, i romanzi, i saggi obbediscono ad una medesima esigenza e in essa trovano la loro intima unità.
È in procinto di uscire il suo nuovo libro, Il potere del canto, un titolo che sembra già contenere una dichiarazione d’intenti, quasi un manifesto poetico ed esistenziale. Che cosa rappresenta questo libro per lei? Quali temi attraversa e quale riflessione desidera consegnare ai lettori? Se può anticiparci qualcosa, siamo molto curiosi di scoprirlo.
È il primo romanzo che ho scritto, in un momento di profonda sofferenza fisica. In esso ho trasfuso due passioni dominanti della mia vita: il fumetto super-eroistico e la poesia. Ho immaginato un adolescente negli anni Ottanta, con qualche tratto autobiografico, che ottiene misteriosamente “il potere del canto”: pronunziando alcuni versi fa accadere “meraviglie”, miracoli. Esploro, dunque, la formazione del ragazzo alle prese con una serie di domande: perché ho ricevuto i poteri, che uso devo farne, quali sono i limiti che devo pormi?
Vorrei concludere tornando alla sua terra. Il Sannio è un luogo particolare: una terra di confine, capace di custodire una forte identità e, allo stesso tempo, di vivere una continua tensione tra memoria e cambiamento. È una terra di resistenza, ma talvolta anche di contraddizioni, dove la fedeltà alle tradizioni rischia di trasformarsi in un vincolo. Lei che cosa racconta del suo Sannio? Che significato attribuisce oggi alla sua appartenenza beneventana? E quanto conta, nel suo percorso, quella forma di resistenza culturale e politica che, in fondo, coincide con l’idea che ogni atto di presenza nel mondo sia già, di per sé, un atto politico
Mi sento profondamente radicato nella mia terra nel senso letterale. Trascorro l’estate in una dimora campestre in cui mi riconnetto con forze primigenie, oltre a ritrovare un silenzio rigenerante. E amo le pietre antiche della città. Non mi riesco ad immaginare altrove. Sono orgoglioso di essere un “provinciale”. Simone Weil mi ha insegnato che il “radicamento” è uno dei bisogni fondamentali dell’uomo. In tutto ciò che scrivo c’è Benevento, anche quando non è nominata. È importante, però, soprattutto per uno scrittore rimanere sempre aperto al grande mondo per evitare che il piccolo mondo che abita e lo rende forte possa soffocarlo.









