Camminando per le strade della nostra città magari di pomeriggio presto, alla controra, ne puoi apprezzare pienamente la bellezza struggente specie se la passeggiata si svolge nel cuore antico della stessa.
E’ una bellezza che, a causa anche dell’età, risulta essere ai miei occhi dolcemente malinconica perché in quei vicoli riaffiorano ricordi e persone che magari non ci sono più. La malinconia ha diverse tonalità che comprendono i rimpianti giovanili con l’affannosa ricerca della propria dimensione umana, sociale, culturale e dunque professionale ma anche le esaltazioni tipiche di quell’età con i suoi amori, i suoi sogni e le sue lotte. Poi però lungo la passeggiata cominci a vedere qualche lattina di birra abbandonata sul gradino di ingresso di una casa, un mare di mozziconi di sigaretta, erbacce che spontaneamente spuntano dai basoli o dai muri delle abitazioni e poi scendi per calata Olivella, bellissima, uno spaccato di Montmartre nel cuore della città però male tenuta e dimenticata.
L’esempio più calzante però di quello che siamo diventati è lo spiazzo dei Morticelli che è un monumento alla sciatteria ed uno schiaffo nel pieno del viso della nostra memoria ma, non temete, mi fermo in quanto non è mia intenzione stilare nessun cahier de doleance ma solo descrivere l’apparato scenografico dei miei pensieri. Ecco allora che prepotente ed inaspettatamente si fa spazio nel mio pensiero con la modalità gentile di un mostro dei cartoon giapponesi il pronome IO. Mi domando il perché e non mi rendo conto là per là che il mio cervello ha trovato una risposta razionale alle mie inquietudini e sinteticamente l’ha espressa con IO.
In questa città tutto quello che succede è frutto della recalcitranza dei suoi abitanti all’uso del pronome plurale NOI; un esempio: se io decido di sporcare una strada lo faccio senza problemi ed allora prendo una busta dell’immondizia ed invece di riporla nel cassonetto la butto, letteralmente, per strada ed allora quale sarà la reazione degli altri, dei cosiddetti NOI? A giudicare da quello che si vede in giro non sarà una risposta soddisfacente o quantomeno sufficiente a definire pulita la nostra città.
Ma purtroppo questa equazione numerica vale per tutte le attività esistenti nella città dei due fiumi, vale per la politica dove praticamente la dialettica intesa come confronto di tesi opposte è praticamente bandita per la debordante personalità dell’Io di turno (da una vita sempre lo stesso), vale per la cultura dove il dibattito pubblico langue stancamente a sfavore di un laboratorio di pensiero capace di costruire un’idea di futuro percorribile e funzionale alla crescita della comunità, vale per l’ambiente con la sistematica spoliazione del verde pubblico a favore di una cementificazione implacabile accettata supinamente da NOI.
NOI che, inoltre, non facciamo niente per contrastare le catene di fast food con le sue proposte di cibo spazzatura e gli ipermercati che hanno praticamente distrutto il commercio di prossimità, la piccola bottega, il commerciante che parla, consiglia e all’occorrenza sconsiglia, confeziona ed impacchetta senza avere il QR code attivo ma una storia, un percorso, una sensibilità da tenere viva per lui e la sua famiglia.
In definitiva quello che manca a Benevento è il senso di comunità e cioè l’attitudine che rende le persone più attente e interessate ai problemi e alle difficoltà che caratterizzano il proprio contesto di appartenenza e può incoraggiarle ad attivarsi per migliorare la situazione magari unendosi per remare nella stessa dimensione e costruire, con l’uso del NOI, occasioni di positività e non delle aberrazioni simili a riunioni di condominio caratterizzate da urla, strepiti e furore.
Gramsci individuava nell’indifferenza la madre di tutti i mali etichettandola come il peso morto della storia: “Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”. Ed intanto la nostra città si svuota, le energie migliori la abbandonano, il dibattito culturale langue e gli indifferenti sono sempre di più. Sapete qual è la cosa che spesso abbonda dalla bocca dei miei concittadini che maggiormente mi dà fastidio? E’ questa: “non mi occupo di politica”, che equivale praticamente a “Non ho nessuna opinione e se ce l’ho non è la mia”.
C’era un grande giornalista che era anche un grande umorista che per esemplificare argutamente il problema principale che affliggeva la società usava questa battuta: “A certa gente quello che la frega è la mancanza di ignoranza”. Sapere o non sapere… questo è il problema avrebbe detto William Shakespeare.
MICHELANGELO FETTO
ATTORE E REGISTA TEATRALE









