Ringrazio Oltre le mura: mi offre l’occasione per una risposta ad una domanda che viene spesso rivolta all’ANPI e per una chiarificazione, culturale e politica, del ruolo dell’associazione. La risposta è tuttavia destinata solo a chi le domande le pone nel rispetto del galateo politico. Non agli autori degli insulti e delle volgarità che capita spesso di leggere in rete e che si rivelano una interessante cartina da tornasole.
Allora: a più di ottant’anni dalla sconfitta del nazifascismo, con quasi tutti le partigiane e i partigiani scomparsi, che senso ha tenere in piedi un’associazione come la vostra? Rispondo rivoltando la domanda: a ottant’anni dalla sconfitta del fascismo, i “valori” – con “valori” tra mille virgolette – che costituirono la base teorica, addirittura etica, del regime fascista, vi sembrano definitivamente scomparsi dalla società civile italiana? Provo ad elencarli, questi “valori”: il pensare l’umanità secondo uno schema interpretativo imperniato sulla razza; immaginare la nazione figlia del matrimonio indissolubile tra terra e sangue; considerare la figura del capo come unica espressione della volontà popolare, annullando tutti i “corpi intermedi”; disarticolare il principio della divisione dei poteri, a vantaggio dell’esecutivo; odiare profondamente le diversità di ogni tipo.
Si comprenderà che i punti dell’elenco fortemente collidano con la Costituzione. Ne sono esattamente l’opposto. E non per caso. Le madri e i padri costituenti scelsero da che parte stare. Molti erano stati partigiani combattenti. E, dunque, nei principi fondamentali, così come nell’impianto istituzionale, immaginarono una Repubblica da cui quelle idee sarebbero dovute rimanere radicalmente fuori. Ma la conoscenza storica, l’attenzione verso le vicende politiche, l’onestà intellettuale ci impongono di prendere atto che così non è stato. Che così non è.
Da qui scaturisce la motivazione di avere ancora una funzione da svolgere nella società italiana. L’ANPI non è un partito politico. La sua missione consiste nel tenere viva la memoria della Resistenza e degli uomini e delle donne che, a vario titolo, vi parteciparono. Una memoria non innervata nella vuota retorica o nell’esclusiva ripetizione di un rito, ma intimamente connessa alla conoscenza concreta, storica, delle vicende di cui furono protagonisti/e. Del resto la scelta, compiuta al congresso del 2006, di consentire l’iscrizione all’ANPI anche a chi partigiano non era stato, nasceva proprio dalla chiara consapevolezza dell’urgenza di dover passare il testimone della memoria. Una scelta giusta, corroborata dalla crescita esponenziale degli iscritti e delle iscritte, anche, e soprattutto, al Sud.
Viviamo un momento di profonda trasformazione planetaria. Per Gramsci, “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati’’. La pratica della memoria, lo studio della storia, l’attenzione alle cose del mondo, la militanza politica ci avvertono come taluni “fenomeni morbosi” non siano affatto scomparsi. Anzi. Sembrano diffondersi sempre più. Abbiamo il dovere morale di contrastarli con l’unica arma che abbiamo a disposizione, la Costituzione repubblicana. Che ci fu lasciata in eredità da chi, quei “fenomeni morbosi”, li aveva ampiamente provati sulla propria pelle.
AMERIGO CIERVO
PRESIDENTE COMITATO PROVINCIALE ANPI BENEVENTO










