A Fiuggi, nel cuore della manifestazione Trovautore, spazio fertile di confronto tra autori, editori, librerie e pubblico, è emersa una domanda tanto antica quanto necessaria: qual è il peso della poesia nel contemporaneo? Un interrogativo che ha attraversato le voci di chi scrive, di chi legge e soprattutto di chi tenta, oggi, di mantenere vivo un linguaggio che non ha altro fine se non quello di sfidare il tempo, restituendogli una forma.

In dialogo con Stefano Tarquini, Danila Giancipoli e Ilaria Palomba, ci siamo interrogati su cosa significhi oggi scrivere poesia, partire da una parola, e poi lasciarla agire. È emersa, da subito, l’urgenza di tornare alle radici stesse dei termini che usiamo: contempus, il tempo condiviso, l’adesso che ci riguarda tutti, e poiesis, quel fare che non è mero produrre, ma generare senso, evocare, mettere al mondo.

In questa tensione tra il tempo e la parola, le risposte sono state diverse, ma inaspettatamente convergenti. Per Ilaria Palomba, la poesia ha una funzione terapeutica, è medicina dell’anima, un gesto necessario di cura che, tuttavia, non può restare confinato al privato: va somministrata, detta, portata negli spazi comuni. Stefano Tarquini ha insistito sull’urgenza di incontrare le giovani menti attraverso i laboratori, restituendo alla poesia la sua funzione generativa, formativa, rivoluzionaria. Da parte mia, ho provato a dirne un’altra cosa ancora: credo che la poesia debba essere prima di tutto un atto politico. Non nel senso partitico o ideologico del termine, ma in quanto gesto che disarma, che lascia impreparati, che sfugge ai protocolli di controllo, alle liturgie del linguaggio istituzionale. Una lingua che deflagra sulla pagina, che inciampa nel suo stesso suono, e in quel inciampo rivela una verità altra.

In questo senso, la poesia può e forse deve conservare una triplice natura: terapeutica, politica, sociale.
Terapeutica perché cura ciò che è rimasto inascoltato. Politica perché rompe le forme che ci sono state date. Sociale perché non si esaurisce mai nel monologo, ma cerca lo sguardo dell’altro, lo chiama in causa.

E proprio a partire da questa visione, mi sembra giusto nominare uno spazio che, a Roma, negli ultimi anni ha saputo incarnare tutto questo: lo Spaghetti Festival. Un festival che nasce da lontano, dalla pratica costante degli open mic, dalle notti di parola nei locali, nei parchi, nei margini, e che oggi diventa un appuntamento culturale vero e proprio. Il 19 e 20 luglio, all’interno di Testaccio Estate, si svolgerà la prima edizione ufficiale dello Spaghetti Festival, una due giorni di concerti, incontri, installazioni e performance, che ha il merito raro di tenere insieme generazioni diverse, forme artistiche diverse, eppure unite da un’identica urgenza: dire il presente.

Nel panorama frammentato dell’offerta culturale, Spaghetti Festival si impone come spazio di libertà e di mescolanza. È un piccolo atto di resistenza, che nasce dalla convinzione che la poesia – e la musica, e l’arte in tutte le sue forme – non siano separate dalla realtà, ma al contrario ne siano il riflesso più vero, più scabro, più necessario.

A chi mi chiede perché insistere con la poesia oggi, rispondo sempre che è un pensiero da cantare. Una forma di pensiero che non spiega, ma espone. Che non si mette al servizio del senso comune, ma tenta di rivelare il senso profondo delle cose.

Trovautore ha dato voce a tutto questo. E questo pensiero va ripetuto, diffuso, condiviso. Non per farne una dottrina, ma per farne presenza viva. Perché in un tempo che ci vuole sempre più efficienti, più performanti, più addomesticati, la poesia resta uno dei pochi gesti capaci di disobbedire con grazia.

Michele Piramide