Alle 18.30 il mondo si preparava a scendere di nuovo in piazza. Le città si muovevano, le persone si radunavano verso il Colosseo, e io invece — quasi in controtendenza — entravo nella Casa dell’Architettura, dove si celebrava la terza edizione del Premio Strega Poesia. È stato come uscire per un attimo dal reale, attraversare una porta e ritrovarsi in un’altra dimensione.
Ad accogliermi, un banchetto luculliano, di quelli che sembrano preludere a qualcosa che non puoi ancora capire, ma che senti già denso, vivo, pieno di attesa. Era il palcoscenico, il ventre della serata.
Al mio tavolo sedeva MP5, illustratrice designata dal premio di quest’anno: una presenza curiosa e preziosa, con cui ho potuto confrontarmi sulle nostre percezioni, su come la poesia riesca ancora a farsi spazio tra i linguaggi dell’arte visiva e del suono.
Sul palco si sono alternati momenti musicali e letture, con un ritmo che ha reso la kermesse più viva di quanto immaginassi. Gli Zen Circus hanno presentato estratti dal loro nuovo album, Il male. Una scelta forte, quasi provocatoria. Chiamarlo così, Il male, in un tempo in cui siamo costretti a mostrarci sempre felici, patinati, da spot pubblicitario, è un modo per restituire alla realtà la sua ombra. Parlare del male, forse, lo esorcizza.
Luigi Lo Cascio ha letto versi di Simoncelli, poeta scomparso lo scorso maggio, restituendone la voce con una delicatezza che ha tenuto la sala in sospensione.
Uno dei momenti più intensi della serata è stato però la lettura di poesie di autrici e autori palestinesi. Una di queste poetesse aveva scritto i suoi testi cinque giorni prima di morire. In un verso diceva: “Se sento il razzo vuol dire che sono ancora viva. Chi non lo sente, è morto.”
Un colpo allo stomaco. Un promemoria necessario, dentro un acquario romano improvvisamente riconnesso al mondo.
Poi i cinque finalisti:
Alfonso Guida con Diario di un autodidatta
Giancarlo Pontiggia con La materia del contendere
Jonida Prifti con Sorelle di confine
Marilena Renda con Cinema Persefone
Tiziano Rossi con Il brusìo
Sul palco anche Babs Gons, poetessa e performer olandese, che ha trasformato la parola in ritmo, corpo, suono.
Il Premio Giovani è andato a Marilena Renda con Cinema Persefone, un libro che rielabora il mito della discesa nell’Ade come un racconto di libertà e ritorno alla vita.
Il Premio Strega Poesia 2025, invece, lo vince Tiziano Rossi con Il brusio, un’opera matura, quotidiana, quasi sussurrata. Un libro che parla delle piccole cose, del rumore di fondo dell’esistenza. Rossi non era presente — per ragioni d’età — e il premio è stato ritirato dal figlio, in un momento di emozione autentica.
Interessante anche l’intervento di Pontiggia, che ha ricordato come oggi il pensiero e la poesia si inseguano: la poesia che stimola il pensiero, e il pensiero che stimola la poesia.
Lo dico senza timore: io avrei visto vincere Alfonso Guida.
Non perché gli altri non lo meritassero — tutti e cinque i libri erano vivi, coraggiosi, necessari — ma perché Guida rappresenta quell’incontro raro tra tradizione e sperimentazione, tra lirica e linguaggio contemporaneo.
Il Premio Strega Poesia resta un momento essenziale: una celebrazione che mette la poesia al centro del discorso culturale, la riconsegna alla collettività. Ed è bello sapere che Benevento, con lo Strega Alberti, continui a essere in qualche modo madrina di questo racconto.
Spero solo che, col tempo, i salotti si aprano di più. Che si stringano meno mani e si ascolti di più. Che la poesia smetta di essere solo cerimonia e torni a essere incontro. Come fa Jonida Prifti, quando rompe la quarta parete e porta la poesia di nuovo tra le persone, dove deve stare.
Michele Piramide










