“Oggi 12 febbraio, quarant’anni indietro, l’orrendo delitto – come tanti altri consumati in quella stagione di piombo – perpetrato all’Università “La Sapienza” di Roma dove insegnava Diritto alla facoltà di Scienze politiche. La stessa di Aldo Moro. A uccidere Vittorio Bachelet fu un commando delle “Brigate Rosse”. Nel comunicato di rivendicazione sostennero che Bachelet, nella sua veste di Vice Presidente, da quattro anni, del Consiglio Superiore della Magistratura, aveva reso possibile la trasformazione del CSM “da organismo formale a mente politica” assumendo “il controllo delle attività giuridiche dei singoli magistrati” e “assicurando inoltre un collegamento organico all’esecutivo”. Parole certo farneticanti ma che fissano con spietata durezza lo scenario di quegli anni di piombo”: a quarant’anni dall’omicidio di Vittorio Bachelet, arriva il ricordo della dottoressa Assunta Tillo, Presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) di Benevento.

“Il delitto maturò, quindi, in quel contesto politico e sociale – afferma la Tillo – in cui si contrapponevano fortissime le spinte fra i sostenitori della necessità del ricorso a leggi speciali di emergenza per il contrasto alla violenza terroristica e coloro i quali, invece, propugnavano l’impossibilità di recedere dalle fondamentali garanzie democratiche anche di fronte all’emergenza criminale. Bachelet si collocava fra questi ultimi. Era un uomo delle istituzioni, convinto della centralità della magistratura e della funzione giudiziaria come difesa della democrazia. Vi vedeva un presidio di garanzia dei principi fondamentali dello Stato contro l’eversione. Credeva nella bontà dei principi fondamentali della Costituzione e dell’ordinamento. In quel periodo la magistratura era in prima fila, esposta, costretta ad affrontare una vera guerra che aveva come obiettivo la distruzione di quel tipo di Stato. In questo scenario tutti dovevano fare la loro parte, giocando con calma e fiducia i ruoli a ciascuno variamente imposti dalla “quotidianità” civile e politica. Era una persona di unità e questo aveva rafforzato la funzione giudiziaria e il contrasto al terrorismo. Si voleva colpire e si è colpito Bachelet quale autorità di riferimento dell’intero sistema giudiziario. Dopo un anno nasce l’Associazione Vittorio Bachelet su iniziativa degli allora componenti del CSM al fine di ricordare l’esempio di Vittorio Bachelet, come si legge nell’art. 2 dello Statuto.

“È doveroso – prosegue – che il ricordo di Bachelet abbia qui, in questa sede, il luogo privilegiato per riproporsi, con tutta la sua forza operosa ed esemplare. La centralità della giustizia nell’assetto istituzionale e nella difesa della democrazia e l’indipendenza della magistratura erano, per lui, il naturale percorso da intraprendere, la barra da tenere ferma e sicura. Occorreva innanzitutto l’unità, soprattutto di quelle forze su cui si incentrava l’equilibrio del sistema politico. Era per l’unità sostanziale del Consiglio, pur nella dialettica delle varie posizioni; dialettica assai agguerrita per il momento particolare che si viveva e soprattutto per il nuovo sistema elettorale che, con la proporzionale, aveva esaltato l’articolazione associativa dei magistrati e quindi la pluralità delle varie posizioni. Ma questa pluralità era vista da Bachelet – ecco il suo magistero – come ricchezza, non certo come intralcio; ricchezza che forse rendeva più faticosa la ricerca di utili convergenze ma certamente più appagante e persuasiva la sintesi. Ha sempre voluto, con esemplare spirito di servizio, onorare la “normalità”, non interrompere la trama dei propri doveri, quelli che la vita e la tua professione ti impongono. La pratica della quotidianità. È un anniversario che obbliga a riflettere. A chiederci come siamo cambiati. A decifrare gli avvenimenti di quella stagione drammatica. Che cosa è accaduto poi. Che cosa ci resta. Negli anni di piombo quanti giudici e professori, giornalisti e agenti di polizia o carabinieri, e politici furono uccisi. La nostra società, complessivamente, non è stata degna di quegli esempi. Ma siamo fiduciosi che potremo vincere ogni tentazione di disillusione e di ignavia”.

Il costante richiamo – aggiunge Assunta Tillo – alla Costituzione è, per vero, l’eredità più marcata che Bachelet abbia potuto lasciarci. Emblematico, al riguardo, il discorso che pronunciò nella seduta consiliare del17 luglio 1978, per salutare Pertini eletto, con largo consenso, Presidente della Repubblica “Questo consenso­ cito le sue parole – è anche un impegno e una forza di speranza per ritrovare insieme il comune intento di tutta la Nazione a vincere le spinte di disgregazione, di disperazione, di violenza, a costruire quella società libera, civile, giusta che è nelle nostre attese e nella nostra volontà e alla quale è guida la nostra Costituzione”. E ancora, nello stesso discorso egli trova modo di dire che, posto dalla Costituzione come “organo di governo della magistratura, il Consiglio Superiore costituisce uno di quei delicati strumenti costituzionali di autonomia e collegamento che sono essenziali per un equilibrato e libero sviluppo delle istituzioni democratiche”. Autonomia e collegamento, inscindibile binomio delle funzioni che definiscono la natura e le caratteristiche istituzionali del Consiglio Superiore”.

“Una grande lezione di vita – conclude – sino alla fine, anche il giorno del suo funerale: il figlio Giovanni, che prega per il padre e anche per i suoi assassini, per i quali ha parole di perdono, ma laicamente chiede che la giustizia faccia il suo corso. Un grido di fraternità che si coniuga con il senso più profondo dello Stato, colpito nella sua persona”.