Sabato 25 ottobre ci siamo ritrovati al Mangiaparole, quel luogo di subcultura romana che resiste e tiene viva la città. Uno di quei posti necessari, dove la parola non è consumo ma scambio. Lì abbiamo incontrato Robert Weis, arrivato dal Lussemburgo per presentare il suo ultimo libro, Ritorno a Kyoto.

La conversazione è partita proprio da questo: dal senso del viaggio. Dalla necessità di riconnettersi con la vita reale dei luoghi. Viaggiare non come consumo, non come un panino da divorare in fretta, ma come qualcosa da assaporare, da degustare lentamente. Perché viaggiare davvero significa lasciarsi contaminare, prendersi tempo, respirare l’essenza di un luogo.

Non è una cosa che tutti possiamo permetterci, è vero, ma è un modo di pensare che cambia tutto. Mi ha colpito riflettere su questo: oggi pago lo stesso prezzo per andare da Roma a Benevento o per volare a Londra. E allora mi chiedo — qual è il vero valore del viaggio?

Il viaggio è parte della nostra storia: siamo da sempre un popolo di viaggiatori, di esploratori, di cercatori di mondi. Ma oggi serve qualcosa in più: serve diventare viaggiatori gentili. Gentili nel modo in cui ci muoviamo, nel modo in cui guardiamo, nel modo in cui ci rapportiamo al mondo. La gentilezza è una forma di intelligenza, è la chiave per abitare davvero un luogo.

Eppure, nel fondo di ogni viaggio, c’è sempre un ritorno a sé. Lo aveva intuito anche Marco Polo nel dialogo immaginato da Calvino con il Gran Khan: descrivendo le città del suo viaggio, in realtà non faceva che descrivere la propria Venezia interiore, la città da cui tutto era partito.

“Ogni volta che descrivo una città, dico qualcosa di Venezia.”
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Così anche noi, ogni volta che parliamo di un luogo, parliamo di noi stessi. Ogni viaggio, ogni incontro, ogni attraversamento del mondo è una forma di autoritratto.

In queste settimane ho parlato spesso di violenza, di predominanza, di quanto sembriamo disabituati alla gentilezza. Ma forse dovremmo proprio ricostruire una società della gentilezza: una società che vuole imparare dall’altro, dal diverso, da ciò che non appartiene al nostro quotidiano.

Non serve “divorare” una città in tre giorni. Meglio concentrarsi su una sola parte, su un quartiere, su un’essenza. È così che il viaggio può ancora cambiarci, renderci più consapevoli, più vivi. Perché il viaggio, come ricordava Weis, ha sempre a che fare con l’io, con un ritorno a se stessi.

E allora, in questa rubrica del lunedì, voglio lanciare un invito:
un ritorno alla consapevolezza del viaggio, al viaggio come pellegrinaggio, come ascolto, come comprensione. Solo così potremo davvero costruire — o forse ricostruire — una società gentile, capace di imparare dal mondo e di restituirgli gratitudine.

Michele Piramide