Arrivare a Ritratti di poesia mentre parlava Jorie Graham è stato, prima ancora che un ingresso fisico, un attraversamento. Non tanto di una sala, quanto di una soglia: quella tra il presente e una sua possibile deriva. La sua voce — che avevo già incontrato in anteprima tra le pagine di 2040 — portava con sé una visione distopica che, con inquietante lucidità, non appare più come tale.
Una Roma bloccata, paralizzata. Uno scenario politico deformato, dove Emmanuel Macron si muove da capo di Stato a capo di Stato per incontrare un Papa americano che rifiuta gli Stati Uniti, non riconoscendo in Donald Trump una legittimità morale. E, in controluce, la dichiarazione della stessa Graham: riconoscersi solo nell’orizzonte politico e umano di Barack Obama.
Non è semplice provocazione. È un atto poetico.
Graham scava nel verso come in una faglia: ciò che emerge è una paura primordiale, un’incrinatura del contemporaneo. Il decadimento umano, il crollo delle certezze, la fine delle narrazioni stabili. La poesia, in questo senso, non consola: rivela. Non protegge: espone.
Ed è qui che Ritratti di poesia trova la sua funzione più autentica. Non come rassegna, ma come campo di tensione.
Nell’intervista con Jonathan Rizzo emerge una definizione che diventa chiave di lettura: la poesia come risposta alla guerra. Non solo quella esteriore — storica, politica, visibile — ma soprattutto quella interiore, silenziosa, quotidiana. Una guerra che si combatte nel linguaggio, prima ancora che nei corpi.
I volti incontrati restituiscono una costellazione di visioni divergenti e necessarie.
Sacha Piersanti parla di poesia come immediatezza: un gesto rapido, quasi fotografico, capace di catturare l’istante prima che si dissolva. Ma questa tensione verso l’istantaneità si scontra — o forse dialoga — con l’informe, con la resistenza alla forma che si ritrova nella ricerca di Beatrice Zerbini.
E ancora: la riflessione di Matteo Bianchi, che rifiuta ogni dogmatismo formale, riconoscendo alla poesia una necessità che attraversa tutto — dal prosastico alle architetture metriche più rigorose. La forma non è un vincolo, ma una possibilità tra le tante.
Con Dino Ignani il discorso si sposta su un piano ulteriore: quello dell’immagine. Il suo racconto torna al 1984, a uno scatto di Amelia Rosselli. E lì, in quell’immagine, si condensa un altro elemento fondante del verso: l’ossessione.
L’ossessione come origine.
Come ritorno.
Come forza che scava.
L’ossessione diventa parola, la parola diventa vento, il vento erosione. E in questa erosione si riapre la frattura già intravista in Graham: una tensione apocalittica che non è fine, ma trasformazione continua.
Tra i più giovani, candidati al Premio Strega Poesia, Federico Italiano e Sofia Fiorini restituiscono — senza essersi accordati — una medesima percezione: la poesia sta uscendo da un recinto.
Sta passando di mano in mano.
Sta abbandonando i circoli chiusi.
Sta tornando a essere corpo condiviso.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché portare la poesia su più comodini, su più divani, su più vite?
Perché la poesia non risolve il conflitto interiore.
Lo accoglie.
A volte lo amplifica, a volte lo dissolve — ma solo per inglobarlo, per attraversarlo, per restituirlo al mondo trasformato.
La poesia divora il reale e lo rigenera.
Offre uno scarto. Una prospettiva obliqua.
La possibilità di guardare il mondo dalla prospettiva di altri mondi: quelli interiori, stratificati, irriducibili, che abitano ogni voce poetica.
Ritratti di poesia, allora, è davvero ciò che il titolo promette: un’istantanea. Ma non statica. Una fotografia in movimento, che trattiene e insieme lascia andare.
E forse è proprio per questo che il dialogo con Ignani diventa necessario: perché la poesia, come la fotografia, è sempre un tentativo di salvare qualcosa mentre già sta scomparendo.
Da cronista della poesia — che è, oggi più che mai, una forma di resistenza — il compito resta uno: restituire spazio. Dare voce. Custodire e rilanciare.
Tra Roma e il Sannio, in questo gemellaggio continuo fatto di parola e necessità, il verso torna a farsi persona.
E la persona, inevitabilmente, diventa portatrice.
Non di verità assolute.
Ma di possibilità.
E in un tempo che sembra restringere, chiudere, dividere — la poesia continua ad aprire.
Michele Piramide










