Ci sono vicende che mettono a dura prova la capacità di uno Stato di restare fedele ai propri principi. La condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero, condannato a quattordici anni di reclusione per aver ucciso due rapinatori dopo averli inseguiti all’esterno della sua attività nel 2021, è una di queste.

Il dibattito pubblico, tuttavia, sembra essersi rapidamente spostato dal terreno del diritto a quello dell’emotività. Da giorni la discussione nazionale si concentra su un interrogativo apparentemente semplice: è giusto che chi ha subito una rapina venga condannato e debba persino risarcire i familiari dei rapinatori? Una domanda comprensibile sul piano umano, ma profondamente fuorviante sul piano giuridico.

Il punto non è stabilire se Roggero meriti compassione. La subisce chiunque venga aggredito. Una rapina lascia segni profondi, produce paura, trauma, senso di vulnerabilità. È doveroso riconoscerlo. Ma proprio perché viviamo in uno Stato di diritto, la comprensione umana non può trasformarsi in assoluzione giuridica.

La legittima difesa, nel nostro ordinamento, non coincide con il diritto alla vendetta. Si fonda su requisiti precisi: l’attualità del pericolo e la proporzionalità della reazione. L’attualità significa che il pericolo deve essere presente, concreto, inevitabile. La proporzionalità impone che la risposta sia necessaria a neutralizzare quella minaccia.

Nel caso Roggero, secondo tutte le sentenze di merito e quella definitiva, questi presupposti non esistevano più. I rapinatori erano in fuga. Il pericolo era cessato. L’inseguimento all’esterno della gioielleria e gli spari esplosi successivamente hanno trasformato una vittima di un reato nell’autore di un altro gravissimo reato. È una distinzione difficile da accettare emotivamente, ma indispensabile per preservare il significato stesso della legge.

Il diritto, infatti, esiste proprio per impedirci di sostituire il giudizio con l’istinto.

Negli ultimi giorni parte della politica, dalla Lega al generale Roberto Vannacci, ha cercato di appropriarsi simbolicamente di questa vicenda, arrivando persino a evocare una possibile candidatura di Roggero. Al di là del fatto che una simile ipotesi si scontra con i requisiti di candidabilità previsti dalla normativa vigente, ciò che colpisce è il messaggio culturale sotteso: trasformare una condanna per duplice omicidio in un manifesto politico.

È qui che si consuma la vera distorsione.

Quando la politica legittima la violenza in nome della comprensibile rabbia delle vittime, non difende la sicurezza: indebolisce il monopolio della forza che appartiene allo Stato. Se accettassimo il principio secondo cui chi subisce un torto possa decidere autonomamente della vita dell’aggressore, apriremmo la strada a una giustizia privata incompatibile con qualsiasi democrazia costituzionale.

Il diritto alla vita non viene meno perché qualcuno ha commesso un reato. In Italia non esiste la pena di morte. Non è un dettaglio tecnico, ma uno dei pilastri della nostra civiltà giuridica. Anche il colpevole conserva diritti fondamentali che lo Stato ha il dovere di garantire. La pena deve essere inflitta da un tribunale, secondo regole condivise, mai da un cittadino armato mosso dalla disperazione o dalla collera.

È questa la differenza tra civiltà e barbarie. La riflessione, allora, dovrebbe spostarsi altrove. Non sulla ricerca di giustificazioni ex post per un gesto che i giudici hanno qualificato come omicidio, ma sulla capacità dello Stato di prevenire le rapine, di garantire maggiore sicurezza, di sostenere le vittime senza trasformarle in giustizieri.

La sicurezza è una responsabilità pubblica, non un diritto alla vendetta privata. In questo senso resta straordinariamente attuale la lezione di Cesare Beccaria. In Dei delitti e delle pene ricordava che la funzione della pena non è la vendetta, bensì la tutela della società e la prevenzione di nuovi reati. Lo stesso principio è stato raccolto dalla nostra Costituzione, che all’articolo 27 afferma come le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato.

È una delle conquiste più alte del costituzionalismo moderno: rifiutare l’idea che una persona coincida per sempre con il peggior atto della propria vita. Difendere questo principio significa difendere noi stessi. Perché lo Stato di diritto non si misura quando giudica i cittadini rispettosi delle regole, ma quando è chiamato a giudicare chi le ha infrante. È proprio in quei momenti che deve dimostrare di essere diverso dalla violenza che condanna.

Se rinunciamo a questo, se permettiamo che l’emotività sostituisca il diritto e che la vendetta si travesta da giustizia, allora non stiamo rendendo il Paese più sicuro. Stiamo semplicemente arretrando, pezzo dopo pezzo, verso una società in cui la forza prevale sulla legge. Ed è una società nella quale, prima o poi, nessuno sarà davvero al sicuro