Perché è importante il viaggio della Global Sumud Flotilla? Perché decine di persone scelgono di mettere a rischio la propria vita per trasportare pochi beni di prima necessità verso la Striscia di Gaza? La risposta non sta nel peso del carico, ma nel peso del gesto. Si tratta di creare un corridoio umanitario, un varco che possa diventare stabile, che incrini il blocco e l’assedio, che apra la strada ad altri aiuti e a un’altra possibilità. Sumud in arabo significa resistenza, fermezza, resilienza, ed è il concetto che esprime la determinazione del popolo palestinese a restare sulla propria terra nonostante tutto.

Il 7 ottobre 2023 segnò l’inizio della fase più sanguinosa del conflitto israelo-palestinese degli ultimi decenni. Due anni dopo, a ottobre 2025, il bilancio rimane devastante: decine di migliaia di vittime civili, infrastrutture rase al suolo, una crisi umanitaria senza precedenti. In questo scenario, la necessità di corridoi umanitari – fragile e simbolica come la Global Sumud Flotilla – rimane urgente e rappresenta un atto di resistenza civile, una rotta etica che cerca di aprire un varco nel blocco.

Secondo la Convenzione ONU del 1948 genocidio significa qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, attraverso uccisioni, gravi danni fisici o mentali, imposizione deliberata di condizioni di vita intollerabili, misure mirate a impedire nascite o a trasferire forzatamente bambini. È su questa definizione che molti osservatori misurano la tragedia palestinese.

La vicenda di Gaza non inizia il 7 ottobre 2023. È una storia di decenni di privazione, distruzione delle infrastrutture civili, sottrazione di diritti e cancellazione del tessuto culturale. Persino l’ambiente è stato riscritto: l’estirpazione degli ulivi per piantare pini europei rappresenta la metafora plastica di un intento di sostituzione. È un modo di togliere radici, di imporre un altro paesaggio e un’altra memoria. Questa dimensione di sostituzione non è un dettaglio marginale: è parte del tentativo di frammentare un popolo, di ridurlo a diaspora senza volto. È ciò che rende la nozione di genocidio non solo un termine giuridico, ma una lente con cui leggere ciò che accade.

Non possiamo più voltare lo sguardo. Già nel 2004 Libero De Rienzo dedicava il suo David di Donatello a Gaza, in un gesto che sembrava isolato e oggi appare profetico. Libri come “Muro della Palestina” di James Crawford sono essenziali per comprendere l’architettura dell’occupazione, così come “Maus” di Art Spiegelman, graphic novel premio Pulitzer sulla Shoah, è un monito universale: ricordare non è un esercizio museale, è un atto di vigilanza civile. La memoria non è comparazione, non è concorrenza fra tragedie; è invece uno strumento per riconoscere i meccanismi ricorrenti – l’assedio, la disumanizzazione, la cancellazione – e impedirne il perpetuarsi.

Dal 1945 a oggi sono stati combattuti più di 100 conflitti: Kosovo, Sarajevo, Golfo, Ucraina. La guerra non è un orizzonte remoto: è un dispositivo costante, che si rinnova ai margini del nostro sguardo. Il fatto che non cada una bomba sulle nostre città non ci assolve. Il fatto che i nostri bambini corrano nei parchi non giustifica il silenzio su quelli che muoiono cercando acqua o rifugio. È solo un incidente geografico che sia toccato a loro e non a noi.

Per questo il viaggio della Global Sumud Flotilla è importante. Non tanto per il peso dei suoi carichi, quanto per la densità del suo significato. È un gesto di resistenza civile, di testimonianza, di creazione di futuro. Oggi abbiamo immagini in tempo reale. I nostri telefoni grondano sangue tra un post di calcio e l’aperitivo della domenica. Non basta più scorrere, mettere in tasca lo smartphone e pensare che l’orrore si dissolva. Non possiamo più dissolvere lo sguardo.

Ecco perché scrivere, parlare, consigliare libri, partecipare alle manifestazioni, fare scioperi, condividere informazioni non è un atto accessorio, ma un obbligo morale. Significa tentare di interrompere la spirale dell’indifferenza. La Global Sumud Flotilla, con la sua fragile flotta e la sua rotta incerta, ci ricorda che ogni corridoio umanitario è, prima ancora che un varco fisico, un passaggio di coscienza.

Michele Piramide