Ci sono periodi dell’anno in cui il tempo sembra perdere linearità, dove passato, presente e futuro si sovrappongono come strati aromatici in un piatto. Il Natale — soprattutto quello vissuto nelle regioni interne, nel cuore del Sannio — è uno di questi luoghi sospesi.

È un territorio di sapori che non sfamano soltanto il corpo: raccontano genealogie, attraversano secoli, ritornano come echi di un’identità che ogni anno si rinnova.

Quando sulla tavola compaiono strufoli, cardone, baccalà fritto, capitone, insalata di rinforzo, non stiamo solo ripetendo un cerimoniale gastronomico: stiamo attivando, senza accorgercene, una complessa fenomenologia della memoria.

Se Proust affidava a una madeleine il potere di risvegliare mondi sepolti, nel Sannio — e in tutta la Campania — sono gli odori dei piatti natalizi ad aprire gli scrigni del tempo.

Gli odori, prima ancora dei sapori: il misto di forno e miele dello strufolo appena sfornato, denso come una promessa; l’acre, quasi ferale sentore del baccalà prima di incontrare l’olio bollente; il profumo dello spaghetto alle vongole della Vigilia, che ha un odore diverso da quello di qualunque altro giorno dell’anno. Non perché cambi la ricetta, ma perché cambiamo noi — o meglio, torna a parlare quella parte arcaica e collettiva che custodiamo senza saperlo.

Sono odori che non appartengono a un solo tempo: ci arrivano dal passato dei nonni, restano impressi nel presente dei genitori, si sedimentano nei nostri gesti, preparano il terreno alla memoria futura dei figli. Ogni piatto è un palinsesto: storie sovrascritte, minime evoluzioni, tradizioni che restano in movimento pur mantenendo un nucleo immutato.

Prendiamo il capitone, serpente di mare poco nobile, trasformato dalla cucina popolare in protagonista indiscusso delle feste. O l’insalata di rinforzo, nata dall’esigenza di dare spessore ai resti del baccalà, pesce di necessità, a lunga conservazione, che alimentava le tavole più modeste. E ancora, quel piccolo miracolo linguistico e gastronomico che è la “vongola ‘fujiuta”: un piatto vegano ante litteram, nato per imitare il sapore del mare senza poterne comprare alcun prodotto. Bastava un sasso del fondale, strofinato nel sugo, per evocare ciò che non c’era. È difficile trovare un’immagine più perfetta della creatività povera e dignitosa della cucina napoletana.

Tutto questo non appartiene alla logica del consumo, ma alla logica del ricordo. Ed è qui che si apre il senso più profondo di questa riflessione: io — come molti — detesto il Natale del commercio, della retorica obbligata del “buonismo”, del regalo come performance sociale. È un Natale che riduce la complessità umana a un unico tratto — quello della bontà programmata — e che trasforma l’emozione in prodotto, l’affetto in protocollo.

L’essere umano non è un monolite morale: è contraddizione, ironia, malinconia, furia, tenerezza. Il sistema capitalista, con la sua ansia di classificare e semplificare, ci chiede invece di entrare docilmente in un compartimento semantico: quello del Natale come consumo.

I sapori, però, sfuggono a questa riduzione.
Sono anarchici, indomabili.
Sono archivi inconsapevoli di storie e genealogie.
Sono un sedimento: la materia su cui si costruiscono coscienze, affettività, comunità.

Ed è per questo che il mio augurio — politico, più che sentimentale — è che queste madeleine alimentari continuino a rinnovarsi ogni anno. Che le famiglie, nella loro fragile e mutevole composizione, trovino nei sapori la continuità che il mondo accelera e cancella.
Che il Natale torni a essere con-vivialità nel senso latino del termine: vivere insieme, spezzare il pane, condividere un tempo non produttivo ma generativo.

Come nell’antica Roma, dove il banchetto non era solo nutrimento, ma atto di cittadinanza, di alleanza, di comunità.
E allora sì: che sia un Natale non di consumo, ma di ricordo.
Un Natale in cui l’odore del baccalà, dello strufolo, del capitone diventi ancora una volta ciò che è sempre stato: un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.

Michele Piramide