La scomparsa improvvisa della dirigente scolastica Anna Polito, a pochi giorni dal suo pensionamento, non è soltanto una notizia che riguarda il mondo della scuola. È un fatto che attraversa una comunità e che porta con sé una riflessione sul significato del lavoro, del tempo e del servizio agli altri.

Oggi, nel giorno della scomparsa, San Giorgio del Sannio saluta una professionista che per anni ha rappresentato una figura di riferimento per la propria comunità scolastica. Con lei si stringono la famiglia, il marito, le figlie, i colleghi e quanti, nel corso della sua attività, hanno avuto modo di conoscerne il valore umano e professionale. È un dolore che riguarda San Giorgio, Venticano e, più in generale, il mondo della scuola sannita.

Scrivo da queste colonne anche per una ragione personale. La Dirigente Polito ha lavorato a stretto contatto con la DSGA di quell’istituto, mia madre Aurelia Cerulo, che da quarant’anni svolge questo lavoro. Attraverso di lei ho imparato a conoscere, anche nella quotidianità, la complessità di un ruolo che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso le sue responsabilità formali.

Essere dirigente scolastico significa infatti molto più che guidare un istituto. Significa confrontarsi quotidianamente con problemi amministrativi, esigenze degli studenti e delle famiglie, difficoltà del personale, responsabilità organizzative e decisioni che ricadono su intere comunità. Significa, spesso, cercare di mantenere un equilibrio all’interno di un sistema che non sempre offre gli strumenti necessari per affrontare le proprie complessità.

In questo senso, dirigere una scuola significa anche assumere una funzione di presidio: essere un punto di riferimento, una figura capace di orientare e, quando necessario, di rappresentare un’ancora per la comunità. È forse proprio questo uno degli aspetti meno visibili del lavoro scolastico: la quantità di tempo che si dedica agli altri. Una vita professionale costruita intorno alle esigenze di una comunità, agli studenti, alle famiglie, ai colleghi, alla responsabilità di far funzionare ogni giorno una macchina complessa.

E allora la vicenda di una dirigente che lascia il lavoro e, quasi immediatamente, viene privata del tempo che avrebbe dovuto finalmente dedicare a se stessa, introduce una riflessione che va oltre il caso personale. Per anni si accumulano impegni e responsabilità pensando che esista sempre un momento successivo nel quale recuperare il tempo per sé, per gli affetti, per le passioni, per le cose semplici che vengono continuamente rimandate.

La sua storia ci ricorda, senza bisogno di trasformare il lutto in retorica, che quel tempo non è una certezza. Resta però ciò che si è costruito nel tempo. Restano le persone incontrate, gli studenti accompagnati nel loro percorso, le comunità servite, le relazioni professionali e umane che hanno dato significato a un’intera carriera.

Ed è proprio qui che oggi si consegna alla comunità la memoria della dirigente Polito: non soltanto nella tristezza di una morte arrivata troppo presto, ma nella traccia lasciata dal suo lavoro. Nelle generazioni di studenti che ha incontrato, nelle persone con cui ha collaborato, nelle famiglie che hanno trovato nella scuola un luogo di ascolto e di riferimento, nelle istituzioni che ha contribuito a rappresentare.

La memoria, in fondo, non è soltanto ciò che gli altri ricordano di noi. È ciò che continua ad accadere dopo di noi grazie a quello che abbiamo fatto. Per questo il nostro pensiero va oggi alla famiglia e a tutti coloro che le hanno voluto bene. Ma va anche alla scuola sannita, che perde una figura professionale e umana importante e che, nello stesso tempo, ne custodisce l’eredità.

Essere dirigente, soprattutto nella scuola, è anche una missione. E la memoria della dirigente Polito sopravvive proprio nella parte di quella missione che ha saputo consegnare agli altri. Perché il tempo che spendiamo per gli altri può sembrare infinito mentre lo attraversiamo. Quello che immaginiamo di avere per noi, invece, può ridursi a poche briciole, a pochi istanti. Ma ciò che abbiamo dato agli altri, quando è stato autentico, può continuare a vivere molto più a lungo del tempo che abbiamo avuto a disposizione.