Ci sono viaggi che non portano da nessuna parte. Treni che scorrono dritti, senza panorami, se non quelli delle voci che riempiono l’aria. Nel mio viaggio di ritorno da Benevento a Roma ho ascoltato — senza volerlo — due donne parlare per un’ora e mezza solo dei loro vestiti. Dei colori, delle taglie, dei tessuti, dei commenti ricevuti. Una conversazione ininterrotta, piena di dettagli, ma povera di silenzi.

E in quei silenzi mancati ho trovato qualcosa che mi ha colpito profondamente: una ricerca della superficialità come rifugio. Ci si rifugia nella superficie, mi sono detto, perché guardare in profondità fa paura. Perché ci siamo abituati a discutere di problemi che non sono problemi, per non affrontare quelli reali. Forse è un meccanismo di difesa, forse è solo l’unico linguaggio che conosciamo più.

Quel vagone, allora, è diventato per me una metafora: una piccola società su rotaie, che corre senza guardare fuori, che si rinchiude nel recinto dei propri pensieri e si consola nella leggerezza. Ma ogni tanto — credo — bisognerebbe fermarsi. A una fermata improvvisata. Prendere aria. Scendere nel mondo.

E forse anche da qui nasce quello che abbiamo vissuto ieri, al Timeless, con Parole alla deriva. Lì abbiamo provato a uscire fuori dal vagone, a incontrarci, a farci rimbalzare le parole addosso, a portarle in uno stato di disordine, di dissenso. Perché il linguaggio è anche questo: la necessità di uscire dal binario, di inciampare, di urlare, di scontrarsi.

C’è un esercizio alla disobbedienza che la parola dovrebbe imparare di nuovo. Non per provocazione, ma per verità. Perché il pensiero, se resta fermo, si atrofizza; ma se si scontra, se si piega e si rialza, allora genera visione.

Er Pinto ce l’ha raccontato nella sua urgenza di scrivere sui muri, nel bisogno di far vivere la parola fuori dal foglio, e poi di riportarla nella voce, nella performance, nella necessità fondante di costruire una casa editrice. Valerio Leoni ce l’ha mostrato nel suo laboratorio di teatro reale: un gesto poetico e corporeo insieme, un modo di restituire alla parola il suo peso e la sua libertà. Nei suoi progetti in giro per l’Europa, nelle lingue che si incontrano e si contaminano, c’è l’idea che ognuno di noi porta con sé un linguaggio che gli appartiene — una lingua che è pelle, che è personaggio, che è presenza.

Ecco, forse è questo che serve oggi: ritrovare la parola nel suo stato di urgenza, non come ornamento, ma come attrito. Non come consolazione, ma come possibilità di scontro, di riconoscimento, di movimento.

Perché solo chi scende dal vagone — chi rompe il binario — può tornare davvero a vedere il mondo.

Michele Piramide