L’acenio, il guscio spinoso che avvolge la castagna, è una figura perfetta dell’autunno: una difesa naturale che cela al suo interno un frutto caldo, dolce, versatile.

In quella tensione tra l’aspro e il tenero, tra la scorza e la polpa, si riflette il volto stesso della stagione e, forse, di chi la abita.

Sotto l’Appennino, l’autunno è un rito collettivo.
Le castagne arrostite, il mosto che ribolle, i colori che virano dal verde all’oro: tutto si dispone in un gesto di comunità.
Alla trentaduesima Sagra di Vitulano, dedicata al pecorino e alla castagna, quel gesto torna ogni anno, come un rito arcaico che resiste al tempo. Il profumo del vin brulé, versione moderna del mosto caldo, si diffonde tra i vicoli; il suono del ferro che gira, del fuoco che crepita, delle castagne che danzano nei tamburi, restituisce al luogo un respiro antico, familiare.

Camminando tra quei suoni e quelle luci, la castagna mi è sembrata un simbolo preciso delle nostre comunità: chiuse in apparenza, come il loro involucro spinoso, ma dentro capaci di custodire calore e accoglienza. Sotto il Taburno, la vita si fonda su un pensiero che può apparire ruvido, difficile da mutare; eppure, quando si apre, rivela una tenerezza autentica, una forma di solidarietà concreta.
Come la caldarrosta, che ha senso solo se condivisa: il suo sapore si compie solo nel gruppo, nel calore collettivo.

In questa riflessione affiora inevitabile la poesia di Giuseppe Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.
In quei versi, scritti in trincea, l’autunno non è solo la stagione del raccolto, ma quella della precarietà.
Le foglie diventano vite sospese, pronte a cadere al primo soffio.
Eppure la guerra non è mai naturale come lo è la caduta delle foglie.
In natura la fine è sempre preludio a una rinascita: la foglia che cade lascia spazio al germoglio.
La guerra invece interrompe, tronca, distrugge senza rigenerare.
Non custodisce alcun seme, nessuna dolcezza nascosta.
È l’esatto contrario dell’acenio, che protegge dentro di sé un frutto vivo, un sapore che nutre.

In questo tempo di vendemmie, di olive fresche e di olio verde come la speranza, l’autunno ci insegna ancora qualcosa: la possibilità di scegliere la solidarietà invece della rivalità, la presenza consapevole invece della mera convivenza.
Ogni gesto di festa, ogni piccolo fuoco acceso in una piazza, diventa allora un modo per riconnettersi all’umano, per ricordarci che la comunità non è solo un insieme di persone, ma un battito comune.

E così, tra castagne, vino nuovo e parole antiche, questo autunno ci consegna un monito gentile: custodire la nostra parte calda, quella che sa accogliere, quella che resiste al gelo e al rumore del mondo.
Perché la poesia di Ungaretti resti — come il crepitio del fuoco o il profumo delle caldarroste — un ricordo luminoso di ciò che non vogliamo più rivivere, ma che dobbiamo continuare a comprendere.

Michele Piramide