Strega, dall’inno all’harakiri. E quei colori ormai in secondo piano…

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Si comincia con “M’innamoro solo se…” e si finisce tra i fischi. Non di disaffezione, ma di rabbia e malcontento. Davanti ai propri tifosi il Benevento raccoglie la quarta sconfitta casalinga in questo campionato e la reazione della gente non potrebbe essere più giustificabile di così. Le bandierine sventolanti all’inno di Tamburo, memorabile per essere il primo nella storia della Strega, vengono ben presto ammainate e fanno fatica a celare mugugni e visi contrariati. I presupposti per una bella serata c’erano tutti, anche alla luce dell’approccio volenteroso degli uomini di Cannavaro, ma tra le mura amiche i meccanismi s’inceppano ancora e i sanniti capitombolano al cospetto di un Palermo cinico e guardingo, che sfrutta gli errori dei padroni di casa per far male con Brunori e rischiando anche di raddoppiare ancora con il suo cannoniere e con Soleri nel finale.

Massimo risultato con il minimo sforzo per la truppa di Corini, viceversa massimo sforzo, quello profuso dal Benevento nei limiti delle sue possibilità, senza alcun risultato. Serviva a dare slancio alla lenta risalita avviata quattro giornate fa con il pari raccolto contro il Pisa, a legittimare un cammino di riabilitazione che man mano lasciava intravedere qualche spiraglio di speranza. Tutto vanificato in novanta minuti fondamentali ai fini della classifica e dello stato psico-fisico dei calciatori. Cannavaro si fa ammaliare dalla ripresa di Reggio, vara il 4-2-3-1 nell’auspicio di uno slancio d’orgoglio dei suoi, ma i limiti nella conduzione della gara e nella finalizzazione vengono fuori col passare dei minuti fino all’harakiri della ripresa. Le condizioni per recuperare, come contro Spal e Reggina, non ci sono: i tre elementi puramente offensivi schierati dal primo minuto vengono tutti meno scoccata l’ora di gioco, con il subentrato Simy chiamato a fare reparto da solo.

Sotto accusa dunque anche i cambi del tecnico partenopeo, figli di un’impostazione a posteri alquanto rivedibile. Si è assunto le responsabilità, non prima di rispondere alle critiche post-Reggina facendo aleggiare spettri francamente poco visibili nel corso dell’incontro di ieri, e ricordando come lui può tracciare la rotta ma ad imboccarla dovranno essere sempre gli attori in campo. La via del gol smarrita, soprattutto dagli attaccanti, e che alimenta i dubbi sul futuro di determinati elementi in vista di gennaio. Deadline cui guardano un po’ tutti, perché significa che si riaprono le danze del mercato e si potrà ovviare a tutte le imperfezioni sempre più evidenti di una rosa mal assortita e di un progetto che imbarca sempre più acqua, tra calciatori al capolinea e altri che si guardano attorno, oltre a giovani disorientati.

Prendi Koutsoupias, disinvolto nel cliccare like ai post del match-winner del ‘Vigorito’, nonché suo ex compagno di squadra, mentre il suo allenatore posta un selfie ai piedi dell’Arco citando filosoficamente “A volte vinci, a volte impari” in didascalia. Nessun accenno alla posizione precaria del Benevento, a tre punti dall’ultimo posto e ufficialmente in lotta per non retrocedere: allora sì, torniamo all’inizio, a quel “m’innamoro solo se” e ai colori di quella maglia, passati quasi desolatamente in secondo piano.

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