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La storia di Oscar, a piedi sulla via Francigena: “La carrozzina è vuota ma mia mamma è con me”

Gli eroi non sempre indossano una maschera ed un mantello. Gli eroi sono in mezzo a noi, ed ognuno, ogni giorno, combatte una propria battaglia personale. La vita ci riserva delle grandi sorprese, ma anche dei giganteschi sgambetti. Quella di Oscar Dallai, toscano D.o.c., fa parte di quelle storie che vanno raccontate, e non solo per l’impresa che sta compiendo, ma per l’amore e la determinazione che ci mette. Il racconto di Oscar si è intrecciato con Benevento e con alcuni paesi del Sannio per un grande obiettivo: aver percorso a piedi le tappe della via Francigena del Sud.

La vita di Oscar ha inizio a Firenze 34 anni fa, nelle case popolari, dove viveva solo con la madre essendo orfano di padre. La situazione economica della famiglia è di assoluta povertà, così come è precaria, anche, la situazione culturale. A 15 anni Oscar è vittima di un incidente stradale dove si rompe due femori e le anche, costringendolo per più di un anno a vivere su una sedia a rotelle. Nello stesso periodo, però, la mamma viene ricoverata d’urgenza in Ospedale per problemi allo stomaco dove da lì a poco entra in coma. Quando esce dal coma – racconta Oscar – la mamma non è più la stessa, ha metà corpo paralizzato e non riesce più a prendersi cura di lui, decidendo così di darlo in affido ad un medico, anche per via delle costose cure di riabilitazione.

Nella sua vita – mi racconta Oscar – non è mai riuscito ad andare nemmeno per un’ora al mare con la mamma, non ha mai potuto fare un piccolo viaggio e un libro, di Andrea Caschetto, dal titolo “Come io fossi te”, è stato d’ispirazione per questa grande avventura: fare questo viaggio “idealmente” con la propria mamma attraversando tutta l’Italia.

Partito da Colle del Gran San Bernardo, un paesino di montagna ai confini con la Svizzera, si incammina sulla via Francigena spingendo una sedia a rotelle con “sopra” sua mamma, giungendo a Roma il 2 settembre 2021. Il viaggio per Santa Maria di Leuca, dopo una pausa invernale, riparte da Roma il 22 maggio di quest’anno. I primi passi in terra sannita Oscar li compie a Faicchio il 17 giugno dopo ben 16 giorni di cammino. Dopo Faicchio passato per Telese Terme, Vitulano per giungere a Benevento il 24 giugno. Dopo aver lasciato la città delle streghe si dirige verso Buonalbergo dove lascerà per sempre il Sannio.

Di seguito l’intervista a Oscar:

Ciao Oscar, innanzitutto grazie mille per questa intervista. Come stai e dove sei arrivato in questo momento sulla via Francigena del Sud?
Ciao Alessio, in questo momento sono giunto a Ruvo di Puglia.

I tuoi primi passi nel Sannio li hai mossi a Faicchio per poi attraversare Telese Terme, Vitulano, Benevento ed infine Buonalbergo, com’è stato il primo impatto con questo pezzo di mondo?
Sono rimasto sorpreso della fitta ed “incontaminata” vegetazione, scoprendo boschi, montagne e sorgenti incredibili. Ho incontrato persone dei luoghi con molta enfasi di raccontare le storie di quelle terre, un “patriottismo” sano che mi ha fatto venire voglia di stare più tempo, al punto da tenere in considerazione la possibilità di trasferirmi. Non scherzo Alessio, ne ho parlato anche con la mia compagna.

Mi vorrei soffermare con te su Vitulano perché ho visto dai social che sei rimasto un po’ in più. Che ricordo hai di quel paesino?
Vitulano è un centro di passioni. L’unico paese in tutta la Campania “nel mio tragitto” che esplode di voglia di vivere. Pastori, produttori, sindaco, giovani etc, tutti si ritrovano a parlare di cose positive, di cose da poter fare, proiettando il pensiero al futuro. L’accoglienza poi è incredibile, senza organizzare nulla mi sono ritrovato al tavolo con il sindaco durante una cena in pizzeria.

Passando poi a Benevento, volevo sapere da te come appare la città agli occhi di un viaggiatore che la vede per la prima volta?
Ho sostato tre giorni a Benevento. Ho passato un giorno anche in un quartiere popolare. La città mi ha dato l’impressione di una forte divisione della popolazione, tra chi ha e chi non ha, come se non ci fosse un ceto medio nel mezzo e questo aspetto economico è molto marcato anche da un punto di vista culturale delle persone. Il centro è molto curato e pulito così come le persone ma, tra i vicoli si perde un pò questa sensazione mentre ci allontaniamo. Qui le persone hanno meno patriottismo della città un pò come se fossero turisti anziché residenti. Nell’aria non si respira aria di festa storica ma più istituzionale, mi verrebbe da dire che non si sente tanto l’aria del sud.

C’è qualche consiglio che vuoi dare agli Amministratori della città?
Agli amministratori vorrei suggerire di non prendere esempio solo da città europee o Italiane per lo sviluppo del proprio territorio, le popolazioni sono diverse e sotto alcuni aspetti più avanti nella proiezione per il futuro ma solo perché non hanno più tradizione, quindi dico di dare più voce ed ascolto ad associazioni più o meno culturali limitrofe e ai giovani. E cosa più importante, siate più “terroni” nel senso buono della parola, non polentoni, la cultura del sud non si può e non si deve perdere.

Credi che la via Francigena del Sud sia abbastanza valorizzata? I sentieri sono ben tracciati dalla cartellonista o si deve migliorare?
La Via Francigena del Sud è tanta immagine solo per chi ci mangia e chi non sa cosa significa camminare. È sciocco delegare e pagare degli “stranieri” di Regione o Comune per darle valore. Si deve dare riconoscenza ai veri volontari, che agiscono oggi senza meriti, pagando di tasca propria in tempo e denaro, perché questo vuol dire meno spese e più soddisfazioni, anziché commercializzare su carta cose che poi non sono reali. La popolazione nel 90% dei casi non sa cosa sia la Via Francigena, eppure tanto scalpore sui “giornali” ma poi se non fosse per quelle 10 persone, ripeto 10, che sono appassionate di trekking che nonostante il ‘magna magna’ generale, dedicano il loro tempo libero per permettere a chi si sposta a piedi o in bicicletta di attraversare questa meravigliosa tratta. Per questo ritengo importante dare ascolto e voce alle associazioni locali.

C’è una canzone, più di ogni altra, che ti accompagna in questo viaggio d’amore con tua mamma?
Ascolto tutti i giorni le stesse tre canzoni e la più significativa è Nu Juorno Buono, Rocco Hunt. Le altre due sono Viva La Libertà, Jovanotti ed El Sendero, Caparezza.

Oscar allora, siamo alle battute finali, in che modo le persone possono seguirti e supportati in questa tua avventura?
Ho avviato una raccolta fondi utilizzando paypal ed un conto corrente per sostenere in parte le spese del cammino e per poter donare sedie a rotelle ad associazioni che operano nel settore della disabilità. Potete seguire il mio viaggio sui social cercando “Stay2Go”.

Nel corso della nostra chiacchierata mi hai detto che hai incontrato tante persone sul tuo cammino, hai vissuto e incrociato sguardi, c’è una persona in particolare che ti senti di voler ringraziare?
Giuseppe Pucci del Gruppo dei Dodici, oltre a darmi conforto si è attivato per aiutarmi a trovare ospitalità per molte tappe. Se possibile vorrei dire grazie anche alla mia ragazza Marta perché senza di lei non sarei qui.

Di seguito il modo per supporta il viaggio di Oscar Dallai: Prepagata Oscar Intestatario: PRIOTTO MARTAIBAN: IT55W0567617295IB0001345641 Banca: BPER Banca.




C’è Posta per te, la storia di Carmen: 22enne di San Salvatore Telesino

Da San Salvatore Telesino a “C’è Posta per Te”, il fortunatissimo programma di Canale 5 condotto da Maria De Filippi, che ha raccontato ed emozionato la storia di Carmen, una ragazza di 22 anni che è stata adottata da Lina e Riccardo. Un passato difficile quello della giovanissima ragazza, che fino all’età di 13 anni ha vissuto in un istituto di San Potito Ultra, un luogo “freddo”, dove le insicurezze e il calore di una famiglia, nel momento di maggior bisogno nella crescita di un’adolescente, molto spesso, manca.

Carmen si è rivolta al programma di “C’è Posta per Te” per dire “grazie” ai suoi genitori, una parola semplice, ma che ogni volta gli rimane strozzata in gola, una parola che racchiude in sé tutto l’amore di questa ragazza per loro due, e per farlo ha chiesto l’aiuto di Lorenzo Insigne, capitano del Napoli ed uno dei leader della Nazionale Azzurra di Roberto Mancini.

Sono venuta al mondo due volte – legge Maria De Filippi nella lettere che Carmen ha scritto per i genitori – la prima volta il 1° aprile del 1999, ma poi, quasi tredici anni dopo, sono venuta al mondo una seconda volta, in un giorno di marzo nel cortile della casa famiglia di San Potito Ultra, io grazie a voi sono nata due volte”.

Una lettera da brividi quella di Carmen, che è stata capace di emozionare tutti con le sue semplici parole, parlando del suo passato nella casa-famiglia, dei suoi ricordi di tristezza e solitudine, fatti di paure e insicurezze.  

Quelli fino ai 13 anni – è scritto nella lettera – sono stati anni bui, le notti di quella vita erano sempre piene di incubi, di paure e agitazione, ma poi siete arrivati voi che subito mi avete dato il vostro amore ed il senso di protezione. Noi tre ormai siamo legati indissolubilmente, ma c’è stato un tempo in cui non ci conoscevamo, le nostre vite non si erano ancora incontrate, non so cosa io abbia dato a voi in questi anni, ma so quello che voi avete dato a me”.

Anche il capitano del Napoli, ospite per questo regalo a Lina e Riccardo, era commosso, quasi non riusciva a trattenere le lacrime. Lorenzo Insigne è lì nel programma di Maria De Filippi per via della grande passione dei due genitori per il Napoli.

Avete una bellissima figlia – dice Insigne ai genitori – ho ascoltato la storia con grande emozione, e posso dire che mettere al mondo un bambino è una gioia immensa ma regalare una seconda vita, è una gioia ancora più grande. Nella mia carriera ho giocato tante gare e ho conosciuto tanti campioni, ho vinto anche qualche coppa, ma essere campioni nella vita come voi due è molto più importante, la vostra coppa è vostra figlia, il suo sorriso e la sua gratitudine è tutto per voi”, ha concluso il capitano del Napoli, Lorenzo Insegne.

Clicca qui per vedere la storia compleata.




“Benevento città d’arte e di cultura”: presentata la nuova cartellonistica

È stato inaugurato nel pomeriggio di oggi, in via Avellino, il nuovo cartellone che dà il benvenuto in città ai visitatori, ponendo l’attenzione sul ricco patrimonio artistico, culturale e storico di Benevento. A tagliare il nastro è stato il Sindaco Clemente Mastella che accompagnato dall’Assessore Luigi Ambrosone, ha dichiarato: “Con questa cartellonistica possiamo porre l’attenzione, non soltanto sul patrimonio mondiale dell’umanità che è la chiesa di Santa Sofia, ma anche su altri siti, come ad esempio l’Arco del Sacramento che è stato illuminato. C’è una maggiore attenzione – conclude Mastella – e continueremo a modularla”.

“Volevamo questi cartelloni all’ingresso della città – dice Ambrosone – per fare in modo che chi visita per la prima volta Benevento, possa avere subito l’idea della ricchezza del patrimonio culturale, artistico e storico. Sono dieci anni che la chiesa di Santa Sofia è patrimonio UNESCO, ma anche come quello di “Benevento città d’arte e di cultura” che è un riconoscimento della Regione Campania”.

“Saranno dieci in tutto i cartelloni – prosegue Ambrosone – che nelle prossime settimane verranno installati nei punti d’ingresso della città, oltre a quello di via Avellino sarà posizionato un cartellone alla Rotonda dei Pentri, a Benevento Est (uscita tangenziale), all’uscita di Benevento Stadio, uno nella zona di Santa Colomba, uno all’ingresso di Capodimonte, un altro in Contrada Epitaffio e altri punti di accesso alla città”.

“Dovevamo inaugurare questa segnaletica già 6 mesi fa, ma poi il Covid ci ha bloccati – continua l’Assessore Luigi Ambrosone – le aziende sono state ferme, e poi essendo una tabella fuori misura, perchè l’abbiamo voluta più grande rispetto a quelle comuni, per dare ancora più visibilità alla città, ha richiesto più tempo”.

“L’idea di questa cartellonistica – prosegue – nasce dal fatto che quando si va a visitare una città, la prima cosa che si incontra, sono proprio i cartelli stradali, e quindi dare subito una buona impressione della città, informare subito il visitatore delle bellezze che ci sono, mi sembra un ottimo biglietto da visita”, conclude l’Assessore Luigi Ambrosone.




I preziosi resti della Benevento dimenticata

Siamo tra via Antico Sannio e via Appio Claudio, in uno spiazzale intitolato al poeta delle Satire Orazio Flacco che percorse la “Regina Viarum”, la Via Appia così ribattezzata dai Romani. Le sue orme hanno solcato il Ponte Leproso, dalla tipica struttura a schiena d’asino, collegamento fondamentale sul fiume Sabato per la prosecuzione dell’antico e prestigioso asse da Roma a Brindisi.

Qui sorge la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, al suo fianco scavi autorizzati per lavori alla rete fognaria del deposito EAV. La Soprintendenza, che ha a suo carico l’area, prima di dare l’ok all’apertura del cantiere, ha ordinato dei lavori al fine di certificare la presenza o meno di reperti archeologici dall’alto valore storico. Non poteva essere altrimenti in una città che nel sottosuolo conserva strati di storia millenaria che il tempo, nonostante le calamità naturali e la mano dell’uomo, ha conservato fino ai giorni nostri. Ed è di questi giorni il rinvenimento di strutture di epoca romana e di tombe dell’epoca longobarda contenenti due scheletri che similano il gesto di un abbraccio reciproco. L’area è ora oggetto di studi e i ritrovamenti in corso di analisi approfondite: gli scavi verranno allargati per verificare l’ulteriore presenza di resti preziosi tramandati in questi secoli e perché no, portare alla luce tesori nascosti di una delle civiltà primordiali in suolo italico.

Tale rinvenimento offre uno spunto importante per portare alla memoria dei beneventani la valenza del quartiere periferico a Sud-Ovest della città: è qui che nel III secolo a.C. si estendeva l’area pianeggiante ai piedi del Sabato, il quale confluisce con il Calore dando vita alla penisola fluviale di Cellarulo. Il suo toponimo rimanda alla originaria funzione di cellarium per lo stoccaggio di merci attribuita al vicino complesso dei “Santi Quaranta”, così ribattezzato in onore dei martiri di Sebaste. Nell’area archeologica compresa tra il rione San Lorenzo e Cellarulo, ai piedi della Basilica della Madonna delle Grazie, sorgeva un criptoportico di età romana, un lungo corridoio coperto simile a una galleria, posto di fronte al Ponte Leproso e presumibilmente usato come variante al percorso originario dell’antica Appia. Il monumento nel Medioevo fu riutilizzato per costruirvi la chiesa dedicata ai santi cristiani, poi scomparsa e di cui resta soltanto il nome del sito archeologico.

Piazza Orazio Flacco, oggetto di scavi e dei nuovi rinvenimenti. All’epoca tratto dell’Appia Antica

Tornando a Cellarulo, tra il II e il IV secolo si registra la completa ruralizzazione del quartiere. La vocazione artigianale di quest’ultimo è stata evidenziata dal rinvenimento di numerosi impianti per la produzione di ceramica la cui attività ha contribuito alla formazione di significativi depositi archeologici. Era qui il fulcro all’epoca delle attività produttive del centro urbano, fungendo anche da porto per scambi commerciali sulle sponde occidentali del fiume Calore. Numerosi scavi, reperti, scritti e documenti datati confermano il grande potenziale archeologico dell’area limitrofa al quartiere periferico di Santa Clementina, un’area totalmente abbandonata dai nefasti eventi della notte del 15 ottobre 2015, quando l’alluvione travolse la parte bassa della città e portò con sé anche il Parco archeologico di Cellarulo inaugurato il 15 luglio 2010. Da allora detriti, sporcizia, incuria la fanno da padrona. Lavori di riqualificazione sospesi, sensi di marcia improvvisati e la strada che porta allo sbocco per la Tangenziale Ovest totalmente al buio al calar del sole.

Solo con il neonato Ponte Tibaldi e la valorizzazione di via Torre della Catena, la funzionalità urbanistica e il cuore della storia dell’antica Maleventum, poi rinominata dai Romani Beneventum perché di buon auspicio, sembrano ridare armonia a un connubio arte-sviluppo che spesso fa a cazzotti nel capoluogo sannita. È proprio proseguendo sulla odierna via Appio Claudio che la storia di Benevento s’interseca tra narrazioni e racconti, andando a scavare nel pieno della sua massima espansione e del suo periodo più florido, intersecandosi con quella che oggi è denominata per l’appunto via Appia, parallela alla stazione che porta il suo nome e che ripercorre il tracciato della vecchia Caudium (la nostra Montesarchio), tratto della strada costruita per volere del censore Appio Claudio Cieco. Il secciato anticamente attraversava anche Arpaia, memorabile per l’episodio delle Forche Caudine con cui i Romani sancirono la resa incondizionata nei confronti dei Sanniti.

L’attuale via Appia viene raggiunta anche attraversando la piccola via Munanzio Planco, in onore del militare e politico romano a cui fu affidato il compito di espropriare le terre beneventane per darle in premio ai veterani dopo la vittoria di una guerra. Ed è qui che, in quello che cogli anni è diventato un quartiere residenziale, è stata scoperta l’esistenza di un anfiteatro romano, sotterrato e venuto a galla nel 1985 dopo l’abbattimento di un edificio di epoca fascista. La sua esistenza risulterebbe già nel 63 d.C. poiché l’imperatore Nerone, stando a un episodio riportato da Tacito, qui assistette a uno spettacolo gladiatorio. La sua pianta ellittica ha dimensioni pari a 160 metri x 130 metri, e resti dell’edificio risulterebbero interrati sotto i binari della vicina stazione ferroviaria. Poco distante, nel quartiere storico Triggio, il più ben noto Teatro Romano, circondato dalla cinta muraria longobarda, in buono stato di conservazione e con l’intatta Port’Arsa, l’unica delle 8 porte di Benevento insieme a Port’Aurea (Arco di Traiano) a non essere stata distrutta.

Mescolanze di popoli, culture, monumenti, leggende e tradizioni, in un’unica piccola città dal rilevante peso storico: Traiano dalla porta principale di Beneventum fece costruire la variante rinominata in suo onore che giungeva fino a Brundisium. Importante centro di ricongiungimento, di base commerciale e dall’imponente traffico di merci, era il simbolo dell’espansione e dell’incontro di civiltà lontane. Un significato che soprattutto oggi non deve essere perso sulla via dello smarrimento dell’identità di un popolo e di una città dalle radici profonde e dalle ricchezze inestimabili e tante ancora da scoprire. Una mano tesa dal passato per provare a dare un’altra chance al futuro turistico-culturale della vecchia e dimenticata Maleventum.




Da” Janare” a donne, sannite, indipendenti: non chiamatela solo mostra

5La Biblioteca Provinciale “A. Mellusi” di Benevento in C.so Garibaldi, sta ospitando una interessante mostra dal titolo “Le Janare tra storia e arte”, un vero e proprio percorso didattico attraverso arti figurative e testimonianze storiche. Un lavoro di ricerca di due anni e mezzo circa, curato da Luigi Mauta e Domenico Facchino dell’Associazione Culturale Arte Litteram.

Chiamarla solo “mostra” sarebbe riduttivo: la janara, la strega, la fattucchiera, la maga, l’incarnazione del demonio tra le più celebri definizioni abbinate alla donna intraprendente ed indipendente, che ha smesso di essere “custode del focolare domestico”, pudica ed ubbidiente ed ha rivoluzionato il suo status. “Finanziato dalla Regione Campania, il progetto è partito dalla valorizzazione del patrimonio bibliografico della Biblioteca “Mellusi”  che ci ospita. Da questo patrimonio abbiamo diradato tanti fili per poi mettere su questa mostra” ha introdotto uno dei curatori, Luigi Mauta “dalle informazioni bibliografiche, dalle note a piè di pagina, dai cataloghi, è stato possibile, con effetto domino, riuscire a mettere su un materiale della donna ritratta come strega, dal ‘400 al ‘900”. Un periodo storico ben definito, un perimetro temporale entro cui muoversi “E’ stato d’obbligo perché dal ‘400 abbiamo le prime immagini della donna” spiega Mauta “sono molto elaborate e complesse, perché abbiamo all’inizio un’immagine di donna pudica. E se noi non conoscessimo i testi come il Malleus Maleficarum o il Directorum Inquisitorum e non conoscessimo il latino, sembrerebbero dei libri di cucina” e prosegue “Poi, nel ‘500, quando inizia questa macchina di inquisizione e, come anche molti storici come Guarino, ci spiegano, noi abbiamo l’immagine della donna come qualcosa di orrido”. Sempre nel ‘500 abbiamo rappresentazioni della donna che cavalca un caprone ed appare per la prima volta il simbolo della scopa; nel ‘600 l’immagine della donna appare in un complesso molto più ampio, momento storico in cui troviamo tutte le spiegazioni del Sabba, dei rituali, quindi una donna come parte del tutto. Nel’700 la fa da padrone un grande pittore, Goya, che gioca contro l’ignoranza e l’oscurantismo dell’epoca con opere che allora andavano molto di moda. Con l’avvento dell’Illuminismo cambia la concezione della donna, grazia al positivismo dell’essere umano che prende le distanze anche dalla Chiesa; la donna non è più orrida, brutta, oppure un essere ostile e pericoloso. La donna appare fiera, elegante, consapevole di se stessa.

Mentre nel resto del mondo l’icona femminile cambiava, a Benevento no: “La Janara beneventana, da quello che abbiamo studiato, è rimasta vincolata alla vecchia immagine: stessa donna anziana che cavalca il caprone con una scopa, stessa donna con le fattezze brutte, perché li lasciamo il passo alla storia ed entriamo nel folklore” analizza Luigi Mauta “ Perché la strega dopo essersi unta va verso il noce di Benevento, come dei documenti attestano. E Benevento, stranamente, attorno a questo noce, a queste rovine, a questi luoghi desolati vede ancora la sua donna così”.

La mostra, dunque, vuole lasciare un importante messaggio, andando oltre quello che è il folklore, la donna strega: “ Le donne sannite sono imparagonabili. Sono quelle che hanno lasciato la visione della donna domestica e andavano in luoghi oscuri della mente dell’uomo e cercavano di mettere in difficoltà, in una città Pontificia come la nostra” afferma Luigi Mauta.

Ottocento e Novecento pongono in evidenza una donna nuova, bella, sensuale, dallo sguardo profondo ed accattivante. Attraverso disegni, dipinti, fotografie, incisioni si potrà ammirare un’evoluzione della donna-janara, ovvero della donna legata alla credenza popolare. E la mostra, così, esporrà chiaramente una figura femminile, janara si, ma sinonimo di coraggio, indipendenza, autonomia, progresso.

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