Andrò controcorrente, probabilmente sarò fraintesa, ma sento l’urgenza di una riflessione riguardo a certe tendenze, in voga negli ultimi tempi negli ambienti dello spettacolo, a mio avviso pericolose e non prive di ambiguità e malintesi. Mi riferisco al delicato tema della disabilità e prendo spunto da una fiction televisiva andata in onda sulla RAI il mese scorso.

La miniserie cui faccio riferimento mette in scena una storia d’amore e d’amicizia, farcita dei più nobili sentimenti umani; nel cast attori professionisti e un gruppo di ragazzi con sindrome di down. Il messaggio è ostentato e scontato: sfidare i pregiudizi, abbattere gli stereotipi è possibile. Nella fiction, infatti, uno dei protagonisti, un ragazzo down, grazie alla generosità di persone altruiste e sensibili, riesce a trovare lavoro come operaio nel reparto packaging di una cioccolateria, dove sono impiegati altri ragazzi down. Oltre al lavoro, il giovane trova l’amicizia – i compagni del reparto – e l’amore di una ragazza con la sua stessa sindrome.

Sembrerebbe una storia di grande umanità, ma dietro la patina di bontà e amore per il prossimo si nasconde, a mio parere, una serie di fraintendimenti, per non dire errori: provo ad elencarne alcuni.

Come ho già detto, il reparto in cui lavora il ragazzo neoassunto è composto da dipendenti, tutti con sindrome di down: la situazione mi ha riportato alla memoria i tempi in cui per i ragazzi disabili la normativa scolastica prevedeva la frequenza di classi differenziali o di scuole speciali, successivamente abolite. Esse infatti sottintendevano una logica di separazione aspramente criticata dai movimenti del Sessantotto, superata poi dalla normativa degli anni Settanta che individuava nuove e più articolate forme di integrazione scolastica. È vero, sebbene attualmente si disponga di strumenti legislativi a tutela della disabilità, è ancora lunga la strada per un reale compimento del processo di integrazione e, soprattutto, per la diffusione di un’effettiva cultura dell’inclusione sociale.

In merito a quest’ultimo aspetto, la fiction, nonostante le nobili intenzioni, tradisce un’interpretazione approssimativa e ingenua del concetto di inclusione, che consiste in un diritto fondamentale a prescindere dalle condizioni e dalle capacità individuali. La vicenda rappresentata veicola, a mio parere, una “morale” stucchevole: anche i down possono lavorare, stringere legami di amicizia, provare angoscia, rattristarsi, avere preoccupazioni, gioire, innamorarsi. E allora? Perché non dovrebbe essere così? Insomma, un messaggio superfluo, sbandierato come una grande verità o una scoperta sensazionale, dietro cui si cela un retropensiero affatto aperto a considerare la diversità come potenziale ricchezza, e un atteggiamento pietistico tutt’altro che empatico.

Un altro aspetto molesto è, a mio avviso, l’assenza di un orizzonte di sviluppi futuri per il protagonista, quasi a dire che un impiego regolare è già tanto per un down, approdato a un lavoro vero dopo una serie di  “finti tirocini”. Non si percepisce uno sguardo in prospettiva, il “non ancora”, il sogno di ciò che il giovane potrebbe diventare ed essere. E’ del tutto assente quella condizione mentale ad accogliere la mutabilità; manca quella disposizione emotiva a desiderare (dal latino de-sidera, termine legato alle stelle), immaginare le cose e le persone come non sono e inventarle. Ciascuno cresce solo se sognato, recita una bellissima poesia di Danilo Dolci: un invito a scoprire il senso del sogno educativo in ciascun giovane, a valorizzarne il potenziale, facendogli sentire che si crede in lui e lo si vede come non è ora, ma come potrà essere.

Ma l’errore più grande è in sostanza un equivoco di fondo.

Chi è un attore? Una persona che per mestiere recita in opere teatrali, cinematografiche o televisive. Di volta in volta interpreterà ruoli diversi – un medico, un operaio, un ingegnere, uno chef e così via – in cui sarà altro da sé.

I disabili, invece, finiscono sempre con l’interpretare personaggi portatori di una disabilità: nella fiction in questione, ma anche in altri film e spettacoli dello stesso genere, il ragazzo down è prima di tutto un ragazzo down. In rari casi il ruolo ricoperto da un diversamente abile è sganciato dalla sua condizione di disabilità o la disabilità passa in secondo piano. Un esempio di un punto di vista inedito sulla diversità o “diversità straniata” è rappresentato dalla figura fresca, leggera di Lillo nel film “Johnny Stecchino” di Roberto Benigni. Sin dalla sua prima apparizione, Lillo (che è un ragazzo down) è visto dallo spettatore come un amico – confidente di Dante, il protagonista (Roberto Benigni). Tra i due c’è un bellissimo rapporto alla pari, di complicità; a Lillo Dante racconta le sue avventure e la sua passione per la bella Maria. Il sognatore, romantico Dante e il concreto, ruvido Lillo sono complementari. Una coppia singolare in cui Lillo rappresenta la corporeità che bilancia e compensa la propensione di Dante ad idealizzare la realtà – divertentissima è la scena in cui il ragazzo, con rude candore, chiede a Dante, immerso in una dimensione amorosa stilnovistica, se ha fatto l’amore con la donna di cui si è infatuato. Quando Dante parla, ricorda, racconta ad occhi chiusi, come in preda a un dolce delirio, Lillo scappa e la sua fuga costringe l’amico a scuotersi dal sogno e a ritornare alla realtà. In primo piano non è la condizione di diversità di Lillo; il suo essere down è un dettaglio assolutamente irrilevante, non avvertito dallo spettatore, compiaciuto piuttosto della simpatia del ragazzo, dell’autenticità del rapporto tra i due e divertito dalle loro esilaranti schermaglie. Il tutto, com’è nelle corde di Benigni, è sapientemente condito con una giusta dose di sano umorismo. Nessuno scivolone retorico: sarà quel “sentimento del contrario”, di pirandelliana ascendenza, a farci cogliere dietro l’apparente comicità il fondo dolente di fatti, situazioni, persone.

Il mondo dello spettacolo, offrendosi a un ampio numero di persone, può ben perseguire il nobile intento di sensibilizzare ai temi della diversità, del rispetto delle differenze, dell’inclusione; ma l’alto obiettivo il più delle volte è travisato, perché il modo in cui vengono presentati e affrontati questi temi è riduttivo e può dare adito a interpretazioni errate e/o equivoche. Compito dell’arte, che per definizione deve essere libera da preconcetti e sovrastrutture, è quello di veicolare idee innovative, rivoluzionarie, dirompenti e di contribuire con la sua carica di libertà e di verità al progresso sociale e civile. Finché l’arte proporrà rassicuranti modelli consolidati avrà tradito la sua stessa natura, avrà infranto la sua legge morale; solo quando essa avrà il coraggio di osare, di mettere in crisi il pensiero comune, avrà assolto pienamente il suo dovere. E la si smetta con la facile retorica, con il pietismo, con i toni patetici da tardoromanticismo; il mondo dell’arte e dello spettacolo può fare molto di più che indurre commiserazione o strappare qualche lacrima per un disabile. Può incidere sulle coscienze, cambiandole in profondità, rinnovandole dall’interno, può offrire nuove chiavi di lettura con cui guardare la diversità, che non a caso ha cambiato nome: il termine in uso oggi è diversabilità, con cui si punta a dare risalto alle abilità diverse piuttosto che alla non abilità. La nuova prospettiva che l’arte può e deve offrire è quella della diversità come ricchezza, come condizione di identità specifica che caratterizza ciascun individuo. 

Il comportamento di Dante nei confronti di Lillo è un bell’esempio di rispetto dei valori autentici della persona: con grande maestria, Benigni riesce a spostare l’attenzione dello spettatore dalla disabilità dell’interprete alle caratteristiche del personaggio. Lillo è un ragazzo simpatico, allegro, di poche parole, ma attento, grassottello, ingordo di dolci, a dieta suo malgrado, paziente nell’ascoltare Dante quando racconta le sue avventure rocambolesche.

Allo spettatore “distratto” non sfuggirà che Lillo è un ragazzo down. Io non me ne sono accorta.

Nunzia Campanelli